Fattiboni, battuti 15 km di sentieri La figlia Ines: «Mio padre è qui»

Cinque ore a piedi, da Decontra al rifugio La Cesa: la squadra di volontari capitanata da Alessia Natali ha perlustrato sentieri e precipizi della valle dell’Orfento. Ma del pensionato milanese nessuna traccia
di Cinzia Cordesco
CARAMANICO. Cinque ore di cammino e quindici chilometri di sentieri impervi battuti palmo a palmo alla ricerca di Carlo Rodrigo Fattiboni, l’escursionista di Brugherio scomparso 8 mesi fa nella Valle dell’Orfento, a Caramanico.
Attrezzati di metal detector, mappe e cannocchiali, e dopo un rapido briefing al centro Barrasso con Luciano Schiazza, esperto del territorio e comandante del nucleo tutela della biodiversità del paese, i volontari della squadra speciale messa in campo da Alessia Natali, hanno percorso ieri tratti di montagna scoscesi, dirupi, sentieri acciottolati strettissimi che scendevano a strapiombo tra la folta vegetazione dei luoghi. Una terra affascinante che però nasconde tante insidie, tra precipizi e animali selvatici, cinghiali, cervi, cerbiatti. Si sono divisi in due gruppi, uno ha proseguito verso Decontra, l’altro in direzione del rifugio La Cesa. La perlustrazione ha avuto esito negativo. Nessuna traccia di Fattiboni. Ma è stato un lungo ed estenuante tragitto da Decontra e ritorno a Caramanico, quasi sempre in salita e con discese ripidissime. È questo lo scenario dove si sarebbe inoltrato, e dove forse avrebbe perso la vita, il pensionato milanese sparito alle 16.55 del 3 settembre scorso.
Una delle figlie di Fattiboni, Ines (l’altra è Francesca) è arrivata da Milano con mamma Lilly per far parte della spedizione organizzata da Alessia Natali, la figlia di Enrico, l’uomo scomparso a dicembre e ritrovato vivo dopo 3 giorni a San Giovanni Teatino. Ines e Alessia, accomunate da uno stesso destino. Alessia, (che annuncia di voler organizzare una nuova impresa esplorativa) è stata più fortunata, il suo papà lo ha ritrovato e ora vuole aiutare chi sta soffrendo a causa di una perdita che ha solo domande e nessuna risposta.
«Mio padre è qui, lo sento» dice Ines Fattiboni, psicologa, dopo una sfacchinata a cui «non sono abituata come papà che era un grande camminatore». Era. Ines lo sa, dentro di sé, che papà Fattiboni potrebbe non avercela fatta. Quello che vuole, dopo 8 mesi di vane ricerche di centinaia di soccorritori che hanno battuto la zona centimetro per centimetro, «è poter ritrovare qualcosa di lui, anche solo una scarpa, anche solo le bacchette da nordic walking che usava sempre».
Descrive i pericoli del tragitto effettuato: «Il primo tratto, per un’oretta di cammino, da Decontra in avanti è tutto a strapiombo, un sentiero stretto pochi centimetri. Mio padre potrebbe averlo percorso quel sentiero, più vicino al paese. Quella sera piovigginava, quindi potrebbe aver avuto fretta di rientrare, mettere un piede in fallo e scivolare lungo il canalone senza possibilità di arrestarsi, né poter tornare indietro, né chiedere aiuto se il telefonino era spento o non prendeva la linea». Ipotesi, solo ipotesi di una famiglia disperata ma che non si arrende e coltiva la speranza di poter ritrovare anche brandelli dell’uomo.
In quella zona, peraltro, i cellulari «prendono la linea a malapena, per nulla in alcuni tratti», conferma Ines Fattiboni. Quella sera il telefonino di Fattiboni è stato agganciato dalle celle alle 22.45, quando l’ex dirigente di una cartiera, con origini teatine dove erano nati i suoi genitori, era sparito da quasi cinque ore. L’allarme era stato lanciato dalla moglie dopo le venti, quando l’uomo non è rientrato per cena alla pensione Vincenzella. «Non voglio che si smetta di cercare mio padre, grazie a chi mi aiuterà ancora»: è l’appello di Ines a persone di buona volontà come quelle incontrate ieri per la prima volta, Gisella Orsini, Sandro e Pasquale D’Angelo,Gianni Di Biase e Mattia Torelli, Maurizio Spinetta, accolti dal sindaco Simone Angelucci che ha ringraziato i volontari per l’impegno.
CARAMANICO. Cinque ore di cammino e quindici chilometri di sentieri impervi battuti palmo a palmo alla ricerca di Carlo Rodrigo Fattiboni, l’escursionista di Brugherio scomparso 8 mesi fa nella Valle dell’Orfento, a Caramanico.
Attrezzati di metal detector, mappe e cannocchiali, e dopo un rapido briefing al centro Barrasso con Luciano Schiazza, esperto del territorio e comandante del nucleo tutela della biodiversità del paese, i volontari della squadra speciale messa in campo da Alessia Natali, hanno percorso ieri tratti di montagna scoscesi, dirupi, sentieri acciottolati strettissimi che scendevano a strapiombo tra la folta vegetazione dei luoghi. Una terra affascinante che però nasconde tante insidie, tra precipizi e animali selvatici, cinghiali, cervi, cerbiatti. Si sono divisi in due gruppi, uno ha proseguito verso Decontra, l’altro in direzione del rifugio La Cesa. La perlustrazione ha avuto esito negativo. Nessuna traccia di Fattiboni. Ma è stato un lungo ed estenuante tragitto da Decontra e ritorno a Caramanico, quasi sempre in salita e con discese ripidissime. È questo lo scenario dove si sarebbe inoltrato, e dove forse avrebbe perso la vita, il pensionato milanese sparito alle 16.55 del 3 settembre scorso.
Una delle figlie di Fattiboni, Ines (l’altra è Francesca) è arrivata da Milano con mamma Lilly per far parte della spedizione organizzata da Alessia Natali, la figlia di Enrico, l’uomo scomparso a dicembre e ritrovato vivo dopo 3 giorni a San Giovanni Teatino. Ines e Alessia, accomunate da uno stesso destino. Alessia, (che annuncia di voler organizzare una nuova impresa esplorativa) è stata più fortunata, il suo papà lo ha ritrovato e ora vuole aiutare chi sta soffrendo a causa di una perdita che ha solo domande e nessuna risposta.
«Mio padre è qui, lo sento» dice Ines Fattiboni, psicologa, dopo una sfacchinata a cui «non sono abituata come papà che era un grande camminatore». Era. Ines lo sa, dentro di sé, che papà Fattiboni potrebbe non avercela fatta. Quello che vuole, dopo 8 mesi di vane ricerche di centinaia di soccorritori che hanno battuto la zona centimetro per centimetro, «è poter ritrovare qualcosa di lui, anche solo una scarpa, anche solo le bacchette da nordic walking che usava sempre».
Descrive i pericoli del tragitto effettuato: «Il primo tratto, per un’oretta di cammino, da Decontra in avanti è tutto a strapiombo, un sentiero stretto pochi centimetri. Mio padre potrebbe averlo percorso quel sentiero, più vicino al paese. Quella sera piovigginava, quindi potrebbe aver avuto fretta di rientrare, mettere un piede in fallo e scivolare lungo il canalone senza possibilità di arrestarsi, né poter tornare indietro, né chiedere aiuto se il telefonino era spento o non prendeva la linea». Ipotesi, solo ipotesi di una famiglia disperata ma che non si arrende e coltiva la speranza di poter ritrovare anche brandelli dell’uomo.
In quella zona, peraltro, i cellulari «prendono la linea a malapena, per nulla in alcuni tratti», conferma Ines Fattiboni. Quella sera il telefonino di Fattiboni è stato agganciato dalle celle alle 22.45, quando l’ex dirigente di una cartiera, con origini teatine dove erano nati i suoi genitori, era sparito da quasi cinque ore. L’allarme era stato lanciato dalla moglie dopo le venti, quando l’uomo non è rientrato per cena alla pensione Vincenzella. «Non voglio che si smetta di cercare mio padre, grazie a chi mi aiuterà ancora»: è l’appello di Ines a persone di buona volontà come quelle incontrate ieri per la prima volta, Gisella Orsini, Sandro e Pasquale D’Angelo,Gianni Di Biase e Mattia Torelli, Maurizio Spinetta, accolti dal sindaco Simone Angelucci che ha ringraziato i volontari per l’impegno.

