«Fossa di Pomo senza pesce Calo affari del 70 per cento»

Gli armatori preoccupati dopo la fine del fermo chiedono al Cnr una verifica in barca «I palangari hanno portato via tutto e le reti imposte dal ministero costano troppo»
PESCARA. Doveva essere un momento di gioia, un ritorno al lavoro in grande stile e invece è stata una delusione. Perché le quantità di prodotto ittico che c’erano un tempo alla Fossa di Pomo e che ci si aspettava di trovare al rientro non ci sono più.
E poi, come se non bastasse, si annunciano provvedimenti ministeriali che potrebbero portare solo nuovi grattacapi alla marineria. Insomma, la svolta tanto attesa non c’è stata, per gli armatori pescaresi che dopo un anno e tre mesi sono tornati a gettare le reti nella Fossa di Pomo, rimasta interdetta a lungo con l’obiettivo di tutelare il prodotto ittico.
Fa il punto della situazione Mimmo Grosso, che sta seguendo la vicenda insieme a Massimo Camplone e ha messo in evidenza le perplessità e le richieste degli armatori in un incontro in Capitaneria a cui hanno partecipato, oltre al comandante Enrico Moretti, anche i rappresentanti delle altre Capitanerie e marinerie abruzzesi e l’assessore regionale Dino Pepe.
«Con il ritorno alla fossa di Pomo», dice Grosso, «abbiamo ottenuto un risultato grandioso perché altrimenti avremmo continuato a pescare tutti nella stessa area. Ora l’attività si distribuisce in uno spazio più ampio per cui non riportiamo a terra tutti lo stesso prodotto, c’è la possibilità di diversificare l’offerta e quindi anche di far acquistare valore al pescato». Eppure le perplessità sono ancora molte. «È bastato poco, una volta tornati lì, per capire che non ci sono più merluzzi perché i palangari non ci hanno lasciato praticamente niente, avendo avuto la possibilità di entrare nella fossa di Pomo giorno e notte, mentre a noi era vietato. Il risultato è che se fino ad oggi abbiamo perso circa il 70 per cento in termini di pescato e di volume di affari, adesso non recuperiamo nulla, checché ne dicano gli ambientalisti. E le cose potrebbero anche peggiorare perché il ministero sta mettendo a punto nuove disposizioni per imporci, ad esempio, di usare delle reti con maglie più grandi e quadrate (50 millimetri), che dovrebbero salvaguardare il prodotto ittico ma per noi non servono e, in più, ci costerebbero seimila euro l’una. Eppure, quelle che abbiamo ora sono regolari».
La marineria sta meditando sul da farsi, sapendo di «poter contare sul supporto della Capitaneria e della Regione, sia nella persona del presidente Luciano D’Alfonso che dell’assessore Pepe». «Vogliamo», dice sempre Grosso, che «i ricercatori del Cnr vengano con noi in mare, fino alla Fossa di Pomo, per dimostrare loro scientificamente che davvero non c’è più prodotto ittico, dopo lo sterminio dei palangari, e che le reti a cui pensa il ministero sono inutili».
Ci sono anche altre questioni rimaste in sospeso e da inserire in un provvedimento ministeriale, prosegue Grosso, «e nel momento in cui a Roma si fanno delle scelte vogliamo avere voce in capitolo. Bisogna creare una squadra, lavorare tutti nella stessa direzione». Il rappresentante della marineria si riferisce, ad esempio, all’imminente definizione delle barche che potranno accedere alla Fosso di Pomo («pare che saranno ammesse due giorni a settimana solo quelle storiche, cioè quelle che già pescavano lì in passato») e poi c’è il problema delle sanzioni. «Quando usciamo in mare dobbiamo dichiarare la destinazione. Se poi ci dirigiamo altrove, potremmo essere sanzionati e rischiamo di pagare da tremila a 75mila euro, ma è opportuno evitare sanzioni, collaborando con la Capitaneria. È da capire come».
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