Futuro a rischio La ricostruzione è tutta da creare

Il modello L’Aquila? Possibile ma pericoloso In Abruzzo dopo sette anni è stato fatto poco
di GIUSTINO PARISSE
È possibile ricostruire Amatrice e gli altri comuni colpiti dal terremoto del 24 agosto con il modello L’Aquila? In teoria è possibile, in pratica è meglio andarci piano. Nel modello L’Aquila ci sono cose efficaci ma anche intrecci politico-burocratici che hanno fatto sì che dopo quasi otto anni è stato ricostruito circa la metà del centro storico dell’Aquila (fra lavori finiti e cantieri ben avviati) mentre i centri storici delle frazioni sono praticamente all’anno zero (solo da pochi mesi sono spuntate le prime gru ma il percorso si annuncia molto lungo). Sono ancora novemila gli sfollati (coloro cioè che non sono ancora rientrati nelle case pre terremoto).
Ma che cosa è il modello L’Aquila? Per la verità per il post sisma Abruzzese dovremmo parlare di tre modelli diversi che si sono esplicati negli anni: la gestione dell’emergenza in mano alla potentissima (allora) Protezione civile, dal 6 aprile 2009 al 31 gennaio 2010; il periodo del commissario di governo (ruolo affidato da Berlusconi all’allora presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, e, come vice, al sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente che però si dimise da quell’incarico nell’ottobre 2010); infine il cosiddetto passaggio “condizionato” dei poteri agli enti locali che oggi si servono di due uffici speciali per la ricostruzione, diretti da funzionari nominati da Roma.
Il primo periodo non si limitò alla semplice gestione dell’emergenza, cioè scavare fra le macerie, cercare di salvare vite umane, fornire la prima assistenza agli sfollati. No, ci fu molto di più. La protezione civile diventò strumento politico del governo di allora con i sindaci ridotti praticamente al silenzio. La decisione di costruire alloggi belli e sicuri (che piacque molto al novanta per cento degli aquilani, anche a quelli che oggi rinnegano quella scelta) da contrapporre alle “baracche” significò mettere un timbro indelebile sulla città. Oggi i Piani Case sono un debito enorme sulle spalle degli aquilani (per i costi di gestione e manutenzione) e molti alloggi sono ormai inagibili (in particolare quelli con i famosi balconi cadenti). Applicare ad Amatrice e agli altri comuni colpiti questo primo modello sarebbe deleterio. La Protezione civile dovrebbe limitarsi alla prima emergenza.
I poteri della ricostruzione fisica e sociale dovrebbero andare a Regioni e Comuni con un coordinamento, nella prima fase, del governo nazionale. Questo escluderebbe anche l’ipotesi del commissariamento che all’Aquila è stato il buco nero della ricostruzione: in due anni e mezzo si sono consumati scontri all’arma bianca fra centrodestra e centrosinistra con l’unico obiettivo di mettere le mani sui soldi della ricostruzione che significavano e significano potere e garanzia di mantenimento delle poltrone.
Dunque le prime due parti del modello L’Aquila (Protezione civile con compiti extra e poi commissario di governo) rischiano di fare danni come li hanno fatti all’Aquila.
C’è poi la terza parte del modello, quello che nasce dalla cosiddetta legge Barca (agosto 2012) che prevede questo: una . task force a Palazzo Chigi, organismo che decide come e quando aprire la borsa in base al cosiddetto tiraggio (ti do una parte dei soldi stanziati, quando li hai assegnati tutti ti do gli altri). I progetti (fatti per aggregati: cioè non si ricostruisce la singola casa ma un insieme di edifici vicini e omogenei all’interno dei centri storici) vengono esaminati dagli uffici speciali (si presenta prima la cosiddetta scheda parametrica con la quale si stabilisce quanti soldi spettano al singolo aggregato, e poi si passa al progetto “esecutivo”). Gli uffici speciali sono due, uno per il Comune dell’Aquila e uno per gli altri 57 comuni del cratere i cui dipendenti sono stati scelti attraverso un concorso pubblico. Quando l’ufficio speciale dà il via libera, il Comune competente per territorio liquida i soldi all’impresa, non tutti insieme, ma in base agli stati di avanzamento. Questo è -più o meno - lo schema che potrebbe funzionare anche per Amatrice e gli altri Comuni che non hanno dipartimenti tecnici in grado di reggere un grosso carico di lavoro e per i quali un “ufficio speciale” sul modello dell’Aquila sarebbe utile.
La “legge Barca” pecca però non poco dal punto di vista dei controlli sui lavori e nel tempo ha finito per creare una sorta di disparità di trattamento fra il centro storico dell’Aquila e quelli delle frazioni: molti soldi al capoluogo, le briciole ai piccoli paesi. Ma la vera sfida di ogni modello di ricostruzione è quella economico sociale. Se non si crea lavoro in loco , se non si danno gli imput giusti per la rinascita c’è il rischio che molti borghi, ricostruiti, diventeranno delle cattedrali nel deserto. E all’Aquila per ora siamo ai buoni propositi nonostante che in vista ci sono un bel pacchetto di milioni. Altra questione non secondaria: come ricostruire? All’Aquila si è scelta - più o meno consapevolmente - la formula del “dov’era, com’era” con innovazioni spaziali e architettoniche casuali, senza un’idea forte sul futuro urbanistico della città. E poi, non certo ultima, la questione della sicurezza. La scossa che ha distrutto Amatrice e gli altri paesi del centro Italia ha riportato la paura anche all’Aquila. E non solo quella. In alcune abitazioni ristrutturate sono ricomparse crepe anche molto evidenti. Siamo sicuri che stiamo ricostruendo bene? La risposta al prossimo terremoto. Quando sarà, come sempre, troppo tardi.
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