Gestione delle Naiadi, in quattro rischiano il processo per bancarotta

6 Giugno 2020

Avrebbero nascosto o distratto anche i 750mila euro che la Regione versò alla Progetto Sport Sono il presidente Vincenzo Serraiocco, Paolo Colaneri, Livio Di Bartolomeo e Daniele D’Orazio

PESCARA. La procura di Pescara chiude l'inchiesta sulla presunta bancarotta fraudolenta degli ex amministratori della Progetto Sport Gestione Impianti che gestiva il complesso delle piscine Le Naiadi.
L’avviso di conclusione delle indagini, prologo della richiesta di processo, è stato firmato dal pm Andrea Papalia che ha sempre seguito le indagini, e vistato anche dal procuratore Massimiliano Serpi.
In quattro rischiano il processo e sono Vincenzo Serraiocco (difeso dall’avvocato Eleuterio Simonelli), nella qualità di presidente del consiglio di amministrazione, amministratore unico e legale rappresentante della società fino al 31 gennaio 2019, «nonché amministratore di fatto - si legge nel capo di imputazione - anche nel periodo successivo fino alla dichiarazione di fallimento»; Livio Di Bartolomeo (assistito da Simonelli e Marco Femminella), membro del cda e amministratore dopo Serraiocco; Paolo Colaneri (difeso dall'avvocato Alessandro Perrucci) e Daniele D'Orazio (difeso da Roberto Serino), «quali soci e gestori e/o amministratori di fatto della medesima società fino al fallimento». I quattro avrebbero compiuto una serie di azioni, secondo l’accusa, «allo scopo di recare pregiudizio ai creditori e di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto».
Una vicenda nella quale, durante l’inchiesta, non sono mancate pesanti accuse lanciate pubblicamente da Serraiocco (candidato sindaco alle ultime elezioni comunali) alla classe politica, ritenendosi lui una «vittima» in tutta questa vicenda. Ed è per questo motivo che resteremo fedeli alle accuse contenute nel provvedimento di chiusura indagini.
Un posto di primo piano la procura lo ha riservato ai famosi 750 mila euro che la Regione versò alla società. Il pm sostiene che quei soldi, che facevano parte del patrimonio sociale e che vennero inizialmente «nascosti» al curatore fallimentare, o quantomeno una parte di essi pari a 111 mila euro, sia stata distratta.
«Distratto o dissipato una somma complessiva di 450 mila euro, derivante sempre dal medesimo pagamento effettuato dalla Regione Abruzzo, mediante emissione di due assegni circolari, tratti sul conto della Progetto Sport e intestati alla medesima società, ma in realtà custoditi e rinvenuti, in data 5 ottobre 2018, presso l’abitazione di Serraiocco, peraltro in evidente palese violazione degli obblighi concordatari, trattandosi di somme destinate al soddisfacimento della massa concordataria».
Gli indagati avrebbero poi, sempre secondo l’accusa, eseguito con più versamenti, «pagamenti solo a favore di taluni creditori a pregiudizio degli altri». E poi ancora distratto o dissipato cespiti, beni, risorse finanziarie facenti parte del patrimonio sociale, in particolare intestandosi le quote della società controllata, Progetto Sport Nuoto, amministrata dallo stesso Serraiocco, mediante cessione, con atto notarile, allo stesso Serraiocco e agli altri due soci, Colaneri e D’Orazio, al valore nominale del capitale sociale di 900 euro (300 euro a testa ndr), valore comunque irrisorio e di gran lunga inferiore al valore effettivo», trattandosi di quote relative al fatturato medio annuo di oltre 1,6 milioni di euro.
Dissipato beni per un valore complessivo di 906 mila euro «e in particolare immobilizzazioni immateriali per 363 mila euro e materiali per 417 mila euro, nonché una complessiva somma di 125 mila euro costituente l'importo della cassa contante iscritta a bilancio al 31 dicembre 2017, tutti cespiti, beni e valori e somme di denaro non rinvenuti né appresi dalla curatela».
E poi c’è la questione dei libri e delle scritture contabili della società che sarebbero stati tenuti «in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari della società». Una inchiesta piuttosto complessa, che il pm Papalia affidò alla guardia di finanza che fu costretta, a suo tempo, a perquisire anche i suoi uffici in quanto Colaneri, all’epoca, era in servizio alla finanza di Popoli. Insomma un vero pasticcio (la società finì prima in concordato e poi venne dichiarato dal tribunale il fallimento in data 24 aprile 2019) che però i quattro indagati, se lo vorranno, potranno cercare di chiarire nei prossimi venti giorni, tempo necessario prima che venga formalizzata la richiesta di processo da parte della procura.
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