Giacomo Di Matteo: «Il mio adesivo contro Vannacci da Pescara arriva a Milano»

Il proprietario della tabaccheria in via Firenze si racconta al Centro sull’iniziativa dell’adesivo “Negozio Umano”. «Prima la persona e poi l’origine»
PESCARA
«Ho ricevuto sostegno da amici, parenti e commercianti. Mi hanno scritto anche da Milano. Alcuni del posto sono invece venuti qui in tabaccheria per manifestarmi la loro vicinanza, c’è però anche chi ha deciso di non esporsi perché ha clientela di estrema destra e teme di perderla. Alla fine si tratta di mandare un messaggio e far vedere di non essere indifferenti». Giacomo Di Matteo ha 38 anni e dal 2020 gestisce la “Tabaccheria N. 53” nel cuore di Pescara, in via Firenze. La sua decisione di incollare sulla vetrina la scritta “Negozio umano, 100% accogliente” si inserisce nel vivo della polemica scaturita dall’iniziativa della capogruppo consiliare di Futuro Nazionale, Valeria Toppetti. L’esponente politica, seguendo le linee del partito dell’ex generale Roberto Vannacci, propone infatti lo sticker “Negozio italiano” per dare valore alle imprese locali: un’idea che si scontra subito con la bocciatura dei rappresentanti del commercio e degli esercenti pescaresi, che accusano l’iniziativa di non offrire «alcun aiuto concreto contro la crisi dei consumi». Il dibattito locale si infiamma attorno al tema dei negozi italiani che chiudono e passano di mano a titolari di altre nazionalità trasformando l’adesivo in un elemento di separazione. Davanti a questa deriva, il tabaccaio sceglie di prendere posizione. Di Matteo, come nasce l’idea di questo adesivo? «L’idea mi è venuta sotto la doccia, dopo aver letto dell’iniziativa della consigliera Toppetti. Mi sono detto: facciamo una controproposta». Perché proprio la frase “Negozio umano, 100% accogliente”? «Perché viene prima la persona e poi la provenienza. La politica locale magari non si è mossa perché ha altre priorità alle quali dà più importanza, per questo motivo ho scelto di prendere in mano la situazione». Facciamo un passo indietro: come è arrivato ad aprire questa attività? «Dopo il diploma mi sono spostato da una parte all’altra dell’Italia e non solo: Roma, Bologna, Ferrara, Mantova e Inghilterra, dove lavoravo e studiavo. Mi sono sempre dato da fare, non sono mai rimasto fermo». E quando ha capito che voleva tornare a Pescara? «Era il 25 maggio del 2020. Ero andato a fare una passeggiata nella Valle dell’Orfento e lì ho capito che mi mancavano veramente tanto la mia città e, soprattutto, il mare. Mi sono detto: “Sai cosa? Voglio tornare a casa, voglio vedere che cosa mi offre l’Abruzzo”». Si è mai pentito di essere tornato? «Mai. Dopo un po’ ho trovato l’annuncio di questa tabaccheria e l’ho completamente riqualificata». Dal punto di vista politico, invece, c’è oggi un’area nella quale si riconosce? «In questo momento non mi sento rappresentato da nessuno, devo dire la verità. Nemmeno dalla sinistra. E parlo sia da commerciante sia da membro della comunità Lgbtq+. Mancano, da parte di tutti, una maggiore attenzione alla crisi che il commercio pescarese sta vivendo. Quello che ho creato è nato quasi inconsapevolmente, ma può diventare una buona iniziativa per riflettere sulla direzione che stiamo prendendo». Quindi ci sono già altri commercianti interessati a esporlo? «Sì. Alcuni mi hanno chiesto di avere l’adesivo per attaccarlo sulle loro vetrine. Se un esercente vuole, può venire qui e glielo invio tramite WhatsApp o email». Nell’adesivo compaiono anche i colori del Pride. Che significato hanno? «Diciamo che è stata anche una provocazione scherzosa. Essendo gay e felicemente fidanzato, volevo dare un segnale chiaro e far capire che la comunità è forte e attiva sul territorio». La consigliera Toppetti ha replicato sostenendo che “valorizzare le attività italiane non significa sminuire chi non è italiano”. Che cosa risponde? «È un controsenso. L’adesivo non aiuta le attività commerciali a essere valorizzate e non dà nulla in più». E allora che cosa servirebbe? «Servirebbero iniziative organizzate dai commercianti, magari insieme, oppure dal Comune. Bisognerebbe creare qualcosa di attrattivo non soltanto su corso Umberto: riempiamo le vie». Toppetti ha fatto anche un altro paragone: secondo lei, se l’adesivo “Negozio italiano” fosse discriminatorio, allora bisognerebbe considerare discriminatorie anche le iniziative che promuovono il Made in Italy. «(ride ndr) È un po’ curioso paragonare un prodotto realizzato in Italia, con prodotti italiani, ad attività commerciali come la mia, dove non tutti i prodotti sono italiani. Sarebbe inoltre impossibile stabilirlo: la componente c’è sempre». La consigliera sostiene inoltre che l’iniziativa non introduca divieti. Come legge allora il significato politico dell’adesivo? «Il partito si chiama Futuro Nazionale, ma esprime un pensiero che considero in contrasto con l’evoluzione della società, che deve continuare ad andare avanti. Il fatto di creare questa etichetta e di apporla sulle vetrine è, a parer mio, un po’ come si fa in America oppure in Inghilterra, dove si mette un cartello davanti casa per dire “Pro Brexit” oppure “Pro Trump”. Questa è una sorta di campagna elettorale: serve a mostrare chi è dalla propria parte e chi non lo è».

