Gianpiero e la lotta contro il virus «Che paura un mese in ospedale»

7 Aprile 2020

Mascitti, pizzaiolo 39enne di Ortona, è ricoverato all’Aquila in attesa del via libera per tornare a casa  La lunga odissea dal 1° marzo a oggi: «Ora la felicità sarebbe una doccia e una bella mangiata»

ORTONA. Oltre un mese di cattivi pensieri. Paura, certo. Angoscia per la morte del cugino Maurizio, 58 anni, il primo decesso a Ortona (e in Abruzzo) marchiato Covid-19. Ma Gianpiero Mascitti, 39 anni, pizzaiolo, di Villa Caldari, la più popolosa frazione di Ortona, sente il traguardo della guarigione alla portata. Debilitato, certo, ma avviato verso il trionfo nella battaglia più difficile della sua vita. È tutt’ora ricoverato all’ospedale dell’Aquila, dopo che per 5 giorni è stato anche nella struttura che ha ospitato il G8 nel 2009. Ma attende l’esito del secondo tampone di controllo dopo che il primo ha dato risposta negativa. In queste settimane ha raccontato parte del suo calvario sui social, ha pubblicato anche una foto sul letto d’ospedale attaccato all’ossigeno pur di convincere gli scettici a restare a casa. Lo smartphone si è rivelato lo strumento per comunicare con l’esterno visto che, essendo isolato, contatti non ne ha avuti. «Ho iniziato a scrivere sulla mia pagina Facebook perché volevo far capire alla gente che non bisogna prendere sottogamba questo virus».
Mascitti, come sta?
«Ora molto meglio. Diciamo che sono quasi due settimane che sono diventato asintomatico».
Le sue condizioni?
«Stiamo aspettando l’esito del secondo tampone, il primo, fatto mercoledì scorso, è risultato negativo; me ne hanno fatto un altro venerdì. Spero che arrivi presto il risultato. E che sia quello auspicato».
Ha fatto sensazione quella sua foto sul letto di ospedale.
«Lì c’è stato un errore, non sono stato intubato, ma ho solo avuto l’ossigeno per una settimana circa. Diciamo che ero ancora un po’ confuso».
Come e perché è cambiata la sua vita?
«Tutto è iniziato quando ho avuto i primi sintomi, domenica 1° marzo. Come sempre, mi sveglio la mattina per andare in pizzeria (in contrada Fontegrande) dove lavoro per fare l’impasto, già lì sentivo qualcosa che non andava; non ci ho fatto troppo caso e ho proseguito la mia giornata. La sera, prima che finisse il servizio, sono andato via perché mi sentivo spossato. Sono tornato a casa e mi sono messo a letto. Il giorno dopo sembrava andasse meglio, ma era solo una mia illusione. La sera del lunedì ho iniziato ad avere febbre alta a 39 ed è durata per tutta la settimana, antibiotici e Tachipirina non avevano nessun effetto».
Nel frattempo?
«Mio cugino Maurizio, il titolare del bar di Caldari, giovedì mattina è deceduto. I familiari hanno fatto richiesta di autopsia per accertare le cause della morte e il sabato mattina mi chiama il medico e mi dice che Maurizio era risultato positivo al Covid-19».
Quindi?
«Quella stessa mattina mi sono recato all’ospedale di Lanciano dove avevano allestito le tende fuori dalla struttura. Da lì sono stato trasportato con l’ambulanza all’ospedale dell’Aquila».
Perché all’Aquila?
«È stato il primo a dare la disponibilità».
I sintomi?
«Si sono manifestati il sabato mattina, oltre alla febbre che era iniziata il lunedì, il sabato ho iniziato ad avere affanno e tosse. Io sono asmatico, asma bronchiale. Quando sono arrivato all’ospedale, se non ricordo male, mi hanno fatto eroga (prelievo arterioso), poi messo l’ossigeno; il giorno dopo se non sbaglio raggi al torace. E lì si è vista una macchia, inizio di polmonite... Dopo 3 giorni ho iniziato la terapia di medicinali».
Ha avuto paura?
«Ho avuto tanta paura, perché non sapevo cosa mi stesse succedendo, una febbre così alta non ricordo di averla mai avuta. L’affanno in quel modo mai provato prima di allora mi ha reso inquieto. Poi, avevo il pensiero per i miei genitori (Antonio e Amedea, ndr) che erano stati a contatto con me. Avevo timore di averli contagiati. Le prime due settimane non sono state affatto facili».
Che cosa ha fatto in questo mese di ospedale?
«Mai uscito dalla mia stanza. La mascherina viene messa quando entrano infermieri o medici. O il personale delle pulizie».
I suoi genitori?
«Stanno bene. Parlo con loro tutti i giorni. Hanno dovuto fare la quarantena appena sono stato ricoverato».
Il pensiero va spesso a suo cugino Maurizio.
«Eravamo molto legati, più che un parente. Era anche un amico».
Tanti contagi nella sua Villa Caldari, è diventata zona rosa. Si è fatto un’idea di come si è diffuso il virus?
«Guardi sinceramente io non ho idea. Ero stato con Maurizio a cena il 26 febbraio scorso, dopo 5 giorni ho avuto i primi sintomi. Questo per quanto mi riguarda. Per il resto, solo supposizioni. So che ci sono stati parecchi positivi nella mia zona. Ma non sono un virologo e non posso dire con certezza quello che è potuto succedere».
Adesso?
«Aspetto l’esito del secondo tampone. Ma non finirà così. Potrò tornare al paese, ma dovrò fare per due settimane di isolamento domiciliare. Il decorso è ancora lungo».
Ma dopo quello che ha passato…
«Beh, sì in effetti la strada è in discesa. Starò in una casa da solo. Già tornare a Caldari mi farà molto bene».
Ha visto altri pazienti in reparto?
«Sono stato solo a contatto con tre persone, avevano dai 50 ai 70 anni. Tutti la stessa cosa, tutti hanno passato una brutta esperienza iniziale; però, fortunatamente, ormai siamo in via di guarigione. All’inizio tutti hanno paura, quando hai a che fare con qualcosa che non conosci la paura ti assale».
Che cosa si sente di dire a chi è ancora positivo?
«Di non mollare mai. Di non perdersi d’animo».
La prima cosa che farà quando uscirà?
«Visto che non potrò riabbracciare amici e famiglia, desidero farmi prima una bella doccia e poi una mangiata come dico io».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA