Giornata della Memoria, medaglia in onore di Nicola

Cerimonia in Comune, il prefetto consegna il riconoscimento del presidente della Repubblica ai familiari del soldato
PESCARA. Aveva 24 anni Nicola Scarinci quando fu catturato dai tedeschi nella sua casa di Ortona, in contrada Colombo. Era solo e stava abbeverando gli animali. Fu prelevato a forza e portato a scavare le trincee poco distante e da quella notte, di un giorno imprecisato del novembre 1943, del militare ortonese (era artigliere) non si hanno più notizie. La famiglia lo ha cercato per anni, ma mai fu ritrovato il suo corpo, né i suoi averi.
Ieri mattina, nel corso della commemorazione della Giornata della Memoria in Comune, il prefetto Flavio Ferdani e il sindaco Carlo Masci hanno consegnato ai familiari del soldato disperso in guerra, il pronipote Claudio Sbaraglia e i nipoti Nicola e Gabriele Scarinci, la medaglia d’onore donata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ad assistere, una folta platea, alla presenza delle autorità militari civili e religiose e di una vasta rappresentanza delle scuole superiori di Pescara che hanno potuto partecipare anche alla conferenza “Shoah - Memoria 2024: il passato è tra noi”, moderata da Federico Gentilini, coordinatore dell’Amicizia Ebraico-Cristiana d’Abruzzo.
Nicola Scarinci, nato a Ortona il 18 maggio 1919 da mamma Maria Rosa D'Alessandro e papà Antonio, prima di finire nelle trincee cretesi, costretto al lavoro coatto, svolgeva «la professione di contadino», si legge nel foglio matricolare ministeriale rintracciato dai nipoti, «ha la seconda elementare, sa leggere e scrivere». Il nipote Nicola Scarinci («Ho lo stesso nome dello zio perché Rosa chiese ai miei genitori, Filomena e Silvino, di rinnovare il nome del figlio morto in guerra»), 74 anni, agricoltore emigrato in Germania, residente nella stessa contrada Colombo (oggi Cappellini) da dove scomparve lo zio quella notte di novembre di 80 anni fa, racconta come andarono i fatti secondo la tradizione orale dei parenti: «Mentre si trovava sull’isola di Creta ricevette un telegramma nel quale gli si chiedeva di tornare a casa per “gravi motivi familiari”. Suo padre Antonio, malato, morì all’ospedale di Ortona il 6 maggio 1942. Nicola attraversò l’Adriatico in nave ma con i lunghi tempi di percorrenza dell’epoca arrivò giorni dopo, a funerali avvenuti. Mesi dopo, una sera di novembre andò ad abbeverare le bestie e fu catturato dai tedeschi. Lo portarono nella vicina contrada Morrecine a scavare le trincee contro gli attacchi nemici. Piovevano bombe, una granata lo colpì in testa. Un tedesco urlò, “hospital”, ma la strada era minata e da quel momento di Nicola non si seppe più nulla». «Una leggenda racconta», conclude il nipote, «che nel 1945 a un giovane del posto, mentre tornava a casa, apparve la figura di un soldato che gli disse: «Non avere paura, sono morto in guerra. Vai dalla mia famiglia e fai mettere una croce qui affinché io possa riposare in pace». Quella croce in marmo, 80 anni dopo, è ancora lì, lungo un tornante di Tollo, in memoria del soldato scomparso.

