Gli affari del clan foggiano in città Così la mafia tentava di infiltrarsi

16 Marzo 2023

Gli interessi dei Moretti-Lanza-Pellegrini rivolti alle attività commerciali: si indaga sui prestanome L’analisi del gip: «Sistematiche intestazioni fittizie di locali, auto e conti bancari, gesti spregiudicati»

PESCARA. Il duro colpo inferto dalla Distrettuale antimafia dell’Aquila a esponenti del clan foggiano Moretti-Lanza-Pellegrini e alla Società Foggiana, che ne è una derivazione, ha permesso di smascherare un gruppo che da qualche anno si stava insinuando soprattutto nel territorio pescarese, puntando in particolare sull’usura e, nello stesso tempo, cercando di eludere, con intestazioni fittizie di beni, le misure di prevenzione che avrebbero colpito alcune attività commerciali che gli stessi avevano avviato nella nostra provincia. E il gip aquilano che ha firmato le misure cautelari contro 11 personaggi (in totale gli indagati sono 28 di cui 6 pescaresi) molto prossimi alla malavita organizzata pugliese, sottolinea la loro pericolosità: «L’attività investigativa ha sostanzialmente riscontrato il sistematico svolgimento di attività di usura, oltre che di sistematiche intestazioni fittizie di attività imprenditoriali, beni mobili ed immobili, oltre che rapporti bancari, attività tutte finalizzate ad agevolare l'attività del clan Moretti, operante nel territorio foggiano, ma sostanzialmente infiltrato nel tessuto socio-economico imprenditoriale pescarese».
GIRO DI USURA Nello spiegare le personalità di questi pericolosi personaggi, delle loro attività criminose corroborate anche dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, il gip si sofferma in particolare sulla figura di Angelo Falcone, «specializzato» in materia di usura: «Già contiguo al Clan Nardino», scrive il giudice, «ed in stretti rapporti con apicali esponenti della Società Foggiana, tra cui Matteo Anastasio e Bonaventura Luigi Ermanno, entrambi assassinati, e inserito nel Clan Moretti insieme a Putignano, cui si relazione sovente e con il quale intreccia rapporti economici». E ancora: «...palesa la sua spregiudicatezza delinquenziale sui social», dove pubblica un post in cui dice: «Per tutti i collaboratori di giustizia che parlano alle mie spalle... mi dispiace deludervi ma non mi hanno sequestrato nulla!!! Vi compro sempre a peso!!!». «E non teme di esporsi», continua il giudice, «come dimostra la condotta tenuta in una recente udienza dinanzi al tribunale di Pescara, in occasione della quale, rivolgendosi al difensore di Canistro e della compagna, mandava i suoi saluti, con atteggiamento intimidatorio, “ai clienti”». E Falcone è il soggetto che, secondo l’accusa, ha bersagliato la famiglia Di Natale, imprenditori della ristorazione a Pescara, arrivando a portar loro via un appartamento da 350mila euro (tutto nacque da un prestito di 100mila euro ricevuto da Di Natale e per il quale lo stesso avrebbe restituito 300mila euro in 18 mesi con un tasso pari al 453 per cento).
TELEFONATE SPIATE Il tenore delle copiose intercettazioni telefoniche e ambientali (ne sono state fatte in totale 700mila, ndc) che, oltre a riscontrare le difficoltà finanziarie della famiglia pescarese ed i torbidi rapporti degli stessi, in particolare di Federico Di Natale, anche con Giovanni Putignano (connessi verosimilmente alla concessione di un prestito restituito anche attraverso l’assunzione di Russo Anna Maria al ristorante Le Terrazze), «forniscono univoci elementi della concessione da parte di Falcone di un prestito a Di Natale a fronte del quale venivano pretesi interessi e vantaggi usurari, tra cui la cessione di un appartamento». E sul fatto della cessione dell’appartamento ci sarebbe una esplicita telefonata tra Federico Di Natale e la madre, ma anche delle «captazioni ambientali all’interno dell’appartamento finito nelle mani di Falcone (fino a quando il Falcone si è accorto della captazione in atto e ha rimosso le microspie)». Ma ci sarebbero anche le testimonianze dei vicini di casa che vedevano sistematicamente parcheggiata davanti al garage la Ferrari 488 nera di Falcone e i lavori di ristrutturazione da quest’ultimo operati nell’appartamento.
INTIMIDAZIONI Ma la capacità intimidatrice del pugliese era tale che i Di Natale si mostravano «scarsamente collaborativi, forse per paura di ritorsioni» con gli investigatori della guardia di finanza e con il pm di Pescara Luca Sciarretta che aveva avviato questa indagine trasferita poi all’Aquila. «Avendo costoro», scrive il gip, «in palese contrasto con le risultanze investigative, negato la corresponsione di interessi usurari e soprattutto la dazione dell'appartamento, con riferimento al quale ebbero a concordare di riferire che era stato semplicemente affittato». Ma poi gli investigatori accertarono, nel corso delle indagini, anche i passaggi di soldi dai foggiani a Di Natale e viceversa. Addirittura, le fiamme gialle riscontrarono «l’effettuazione di alcune ricariche sulla carta Postepay intestata ad un soggetto filippino, detto il Cinese, collaboratore di Federico Di Natale e di fatto nella disponibilità di questi o comunque della famiglia come dimostrano i pronti prelievi».