Gli Alessandrini boys (and girls) «Era sindaco già da ragazzo»

Gli amici dei tempi del liceo raccontano il nuovo primo cittadino di Pescara: «Facevamo riferimento a lui per dirimere le controversie, ma a calcetto era un disastro: solo pali e traverse, mai un gol»
PESCARA. Il giorno è il 26 aprile 1998, la partita è il derby d’Italia, Juventus-Inter, e ad un certo punto il «famigerato» (per i tifosi nerazzurri) arbitro Ceccarini di Livorno sorvola su un fallo in area di rigore di Iuliano ai danni di Ronaldo. Sarebbe stato calcio di rigore e l’Inter avrebbe potuto pareggiare, e casomai (ucronie a parte o «possibilità oggettive» inesplorabili, direbbe Max Weber: insomma, ipotesi controfattuali e storia fatta con i «se» a latere), forse anche vincere lo scudetto (che invece, manco a dirlo, andò alla Juve). E Marco Alessandrini, il neo sindaco di Pescara, juventino, come lo aveva ispirato il padre Emilio (il magistrato ucciso a Milano nel 1979 dai terroristi di Prima Linea), come commenta, a fine match, insieme con gli amici? «A volte è imbarazzante essere juventini».
È quell’understatement, raccontato dal vecchio compagno di classe, Andrea Costanzo, oggi medico affermato, che in nuce contiene anche quel senso di legalità che non barcolla neanche di fronte ad un evento «a caldo», dettato dal furore del tifo calcistico.
Insomma, stando a chi lo conosce da sempre - ad esempio una nidiata di rampolli della Pescara degli anni '80, che con Alessandrini ha vissuto soprattutto il periodo del ginnasio e del liceo D’Annunzio, il mitico lustro 1984-89 della sezione F - Alessandrini non si dimette mai da se stesso. Un'élite oggi di professionisti affermati, tra notai, medici, bancari e insegnanti: una anche magistrato a Bologna; ma tutt’altro che «paninari» al tempo che fu.
«Se gli altri della nostra età andavano da Thomas», rievoca il notaio Marco Faieta, riferendosi al locale cult di chi d'ordinanza indossava il Moncler, «noi con Marco andavamo al Café des Artistes. E se al mare lo stabilimento di grido era il Miramare, noi eravamo ospiti del Saturno».
Discoteche? Zero, rispondono in coro. E quelli erano gli anni spensierati, raccontano Costanzo e Faieta, insieme con Marialuigia Pomponio (tutti nati nel 1970, come il sindaco), oggi avvocato al pari di Alessandrini, la quale è stata sua compagna di classe dalle elementari, fino alla maturità classica: li ha separati solo l’università, ma non la facoltà: lei alla Cattolica, lui alla Statale, ma nella stessa città: Milano. E poi Ilaria Di Giambattista, «compagna di scuola ma non di classe», di Marco, la quale oggi insegna latino e greco nel liceo dove s’è formata, Erika Di Francesco, insegnante di lettere presso la scuola secondaria di primo grado Tinozzi-Pascoli e il bancario Marco Fortunato Antico, un altro Marco (non liceale come gli altri del gruppo, ma ragioniere), che col Marco sindaco ha condiviso una delle altre grandi passioni sportive del neoeletto, oltre al calcetto: il basket.
Anni della giovinezza che tornano alla luce negli Alessandrini’s boys, «come quando sognavamo di andare a vivere tutti insieme», rammemora Faieta, «in un appartamento del centro cittadino». Una sorta di «Comune» (nulla che vedere con l’ente pubblico oggi presieduto da Alessandrini), post-litteram, visti gli anni rampanti che correvano. E tutti assicurano che sì, «Marco era già sindaco in quel periodo».
«Tant’è che lo chiamavamo», racconta Andrea, «”il sindaco”, perché è a lui che facevamo riferimento per dirimere alcune questioni».
Insomma, un Dna da primo cittadino, per Alessandrini, che nel ritratto degli amici è la sintesi di quel concetto della democrazia greca che non distingue tra pubblico e privato. Una «polis» che si è fatta persona, dove la virtù del singolo come cittadino è identica a quella del singolo inteso come individuo.
Anche se qualche excursus di «umanità», scava scava, dalle rimembranze viene fuori.
È il notaio, che da Marialuigia viene però definito «il critico di Alessandrini», cioè colui che non disdegnava, sin dai tempi della scuola, di puntualizzare l’Alessandini-pensiero, che va a ripescare un vecchio episodio di più vent’anni fa. «Era il 1993, ed eravamo a casa mia e Marco perse le staffe. Non ricordo il motivo, ma diede un pugno ad una porta, rompendola. Cioè Marco è il classico buono che quando perde le staffe, le perde per davvero», sottolinea “zio Brontolo”, come lo stesso Alessandrini lo aveva soprannominato.
Insomma, un sindaco che ogni tanto s’incaponiva, come nelle partite di calcetto, ma che subito ritrovava l’aplomb nella pallacanestro.
L’amico medico rievoca una partita di calcetto degli anni ‘90 in cui il bomber Alessandrini (giocava e gioca da centravanti) «tira e ritira nelle porticine, ma colpisce solo pali e traverse e non riesce a fare gol. E quindi, ad un certo punto, sbotta», ride Andrea, «e dice: “Adesso sposto le porte da fondo campo a centrocampo”». Niente che faccia pensare a una rivolta contro l’ordine costituito, dunque, con un imprimatur che si conferma nel gioco del canestro. Questo sì da impeachment.
«Ad Atessa, un giorno», affonda nella memoria Fortunato Antico, «durante una gara l’arbitro fischia un fallo inesistente. E Marco come lo rimprovera? Gli si rivolge e gli dice: “Lei mortifica il gioco della pallacanestro”». Uno humour che secondo Ilaria rimarrà indelebile anche nell’Alessandrini ormai autorità civile. «Noi eravamo “quasi perfetti”», ricorda l’insegnante, «e Marco non perderà mai la sua ironia».
Ma la vera amazzone di Alessandrini è Marialuigia, oltre a Erika che lo giustifica a spada tratta sulle abitudini da «piaceri della vita» (sigari, il buon cibo, e un bicchiere di birra dall'osteria di don Gennaro). «
Marco l’avrei votato», precisa Marialuigia, di sinistra come tutti gli altri cinque, riferiscono, «anche se si fosse presentato col partito dei puffi». Alias, «Verae amicitiae sempiternae sunt», direbbe Cicerone, un’amicizia eterna, la quale, nell’estate che si apre, come accade ininterrottamente da 12 anni, per il gruppo si rinnoverà sotto alle palme dello stabilimento Nettuno. Questo sì, però, da vip.
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