Gli arrestati negano il pizzo: i negozianti erano debitori

28 Giugno 2018

I Rossoni si difendono e chiedono la libertà, solo Di Blasio confessa un’aggressione

PESCARA. Nessuna richiesta di "pizzo" ai commercianti e niente spaccio di droga. Negano su tutti i fronti i cinque arrestati dalle Fiamme gialle, all'alba di domenica, nell'ambito dell'operazione denominata "No fear".
Ieri Michele Rossoni, 59 anni, i figli Cristian, 36 anni, Richard, 32 anni, e Virginio, 33 anni, e Giovanni Di Blasio, 43 anni, sono comparsi davanti al giudice per le indagini preliminari, Gianluca Sarandrea, per l'interrogatorio di garanzia. Gli indagati, tutti difesi dall'avvocato Luca Capasso, hanno risposto alle domande del gip e fornito la loro versione fatti.
Una versione contrastante con quella dell’accusa, rappresenta dal pm Andrea Papalia, che ne ha richiesto l’arresto sulla base degli elementi emersi a loro carico nel corso delle indagini dei finanzieri, coordinati dal comandante della compagnia di Pescara, Marco Toppetti. Tutti devono rispondere di estorsione e poi, a vario titolo, di furto aggravato, lesioni personali, spaccio di sostanze stupefacenti.
Le vittime sostengono di aver sopportato «continue vessazioni e richieste di denaro» dagli indagati che minacciavano ripercussioni pesanti, ossia «danni gravi». I cinque, ognuno dei quali è coinvolto in uno solo dei quattro episodi contestati, hanno invece respinto tutte le accuse.
«Nessuna estorsione», spiega l'avvocato Capasso, «si tratta di crediti che vantavano. Erano andati a chiedere perché non venissero restituiti». C'è stata però un’assunzione di responsabilità: Giovanni Di Blasio ha infatti ammesso di aver litigato con un negoziante e di avergli dato una testata. Ma comunque non per una richiesta di soldi non soddisfatta.
«Il mio assistito era andato a comprare della frutta», spiega l'avvocato Capasso, «la carta bancomat però aveva problemi e così ha detto che andava a casa a prendere i soldi. Al suo ritorno, la frutta era stata venduta e allora è scoppiata una lite, che poi è degenerata».
A dare il via alle indagini, partite nel novembre 2017 e durate fino a marzo di quest'anno, sono state le confidenze di un commerciante di Montesilvano, a cui poi ha fatto seguito il racconto di altre vittime. Secondo gli investigatori, i cinque sceglievano le persone da colpire anche tra conoscenti e parenti.
Le richieste di "pizzo" erano seguite da minacce di danni ai locali o fisiche e i malcapitati, intimoriti dal gruppo, accettavano di pagare, anche per salvaguardare le attività in cui lavoravano. Tra gli episodi nel mirino dell'accusa c'è anche quello di un operaio che avrebbe acquistato cocaina per duemila euro e che sarebbe stato costretto a pagare anche dopo avere restituito il corrispettivo in denaro. La vittima in quattro anni avrebbe sborsato 30mila euro e solo a quel punto si sarebbe decisa a riferire tutto ai finanzieri. Anche in questo caso, la difesa sostiene che è stato solo richiesto all'operaio del denaro dato in prestito e che con la droga, dunque, non c'entra nulla.
Nello specifico, i Rossoni avrebbero aiutato l'operaio a pagare i debiti che quest'ultimo avrebbe accumulato con chi gli avrebbe fornito la droga, «che non era certo la famiglia Rossoni», dice l'avvocato.
Le somme richieste alla presunta vittima sarebbero, quindi, la restituzione dei crediti vantati dai Rossoni. Il legale ha chiesto al giudice la revoca della misura cautelare in carcere o in alternativa gli arresti domiciliari. La decisione del giudice Sarandrea è attesa per oggi.
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