Gli avvocati pescaresi denunciano «Poche cause e cancellerie vuote»
L’Associazione forense: «Cittadini danneggiati dai rinvii continui, settore civile quasi alla paralisi» I legali chiedono che venga rivista la data del 31 luglio fissata come fine dell’emergenza sanitaria
PESCARA. Alla presa di posizione della Camera penale di Pescara dei giorni scorsi, con la quale il presidente Vincenzo Di Girolamo, lamentava in particolare l'eccessivo rigore delle cancellerie in questa fase emergenziale da coronavirus, fa seguito quella dell'Associazione nazionale forense che, attraverso il consigliere nazionale e responsabile della sede di Pescara, l'avvocato Marcello Pacifico, allarga la problematica anche e soprattutto al settore civile.
RISCHIO PARALISI «Nel civile», spiega, «siamo quasi alla paralisi e lo scenario che si intravede non è certo ottimistico. Da remoto si fanno poche udienze e quelle scritte sono quanto di più antiprocesso possa esserci e peraltro assistiamo a rinvii infiniti da ottobre in poi. E il danno è in primo luogo per i cittadini che sono in attesa di una risposta dalla giustizia, ma anche per l'avvocatura che è quasi impossibilitata a lavorare. In tribunale si entra soltanto per appuntamento e soltanto per un preciso procedimento. Speriamo che si riescano ad alleviare queste misure di sicurezza eccessive».
FIGLI DI UN DIO MINORE Il malumore, così come avevano sottolineato le Camere penali, non è tanto rivolto ai processi, che comunque stanno ripartendo anche se a rilento, ma alla gestione delle cancellerie.
«La giustizia al tempo del coronavirus», scrive il direttivo Anf di Pescara in una nota, «appare figlia di un Dio minore, negletta, affidata ai protocolli dei capi degli uffici giudiziari che hanno ridisegnato, e non se ne avvertiva il bisogno, una nuova geografia giudiziaria dopo quella della riforma del 2012, nonché ostaggio di parte del personale amministrativo a cui la decretazione governativa emergenziale consente, per motivi prudenziali, di restarsene a casa, lasciando di fatto sguarniti uffici, sportelli e telefoni». Il lavoro agile degli amministrativi, dunque, secondo l'avvocatura, non consente ai legali di poter svolgere appieno il loro lavoro. «Se in quasi tutti i settori», scrive ancora Anf, «c'è gran fermento per quella che tutti auspicano essere una ripartenza che metta gli italiani in condizioni di tornare alla normalità, sul fronte della giustizia, che pure dovrebbe essere uno di quelli essenziali e irrinunciabili nella vita di una nazione, c'è invece calma piatta».
NUMERI IRRISORI Per l'Associazione forense, dunque, la vera anomalia è proprio l'amministrazione della giustizia. «L'esigenza iper-auto-protettiva ha eretto mura invalicabili», si legge nella nota, «la celebrazione dei processi conta numeri irrisori, gli avvocati sono esiliati dai loro tribunali e le cancellerie e gli uffici restano sguarniti». Per questo, l'Anf lancia il proprio grido d'allarme per la situazione che si è creata negli uffici giudiziari. «Frustrazione e impotenza sono due delle sensazioni che pervadono maggiormente in questi giorni la classe forense che aspetta interventi immediati che consentano una ripartenza sollecita anche di questo settore determinante per la vita del Paese. E poiché non c'è alcuna speranza che ciò possa avvenire per grazia ricevuta, sarà il caso che gli avvocati italiani facciano sentire la loro voce al ministro della Giustizia, alle forze politiche di riferimento, ai responsabili degli uffici giudiziari, per chiedere che la giustizia dimezzata riprenda il suo normale cammino».
IL 31 LUGLIO Se bar, ristoranti e spiagge sono tornate ad animarsi, se parrucchieri, barbieri, estetiste hanno ripreso le loro attività con le precauzioni del caso, se riprenderà anche il campionato di calcio, affermano in sostanza gli avvocati, perché soltanto i tribunali devono continuare a restare interdetti? E per l'Anf la risposta è questa: «Fino a quando alla burocrazia ministeriale non verrà in mente di ricordarsi che la giustizia è condizione e servizio essenziale per la democrazia e per la collettività».
Si chiede in sostanza di rivedere, alla luce di quanto sta accadendo in tutti i settori lavorativi italiani, quella data del 31 luglio che il decreto legge ha imposto come fine dell'emergenza e che, secondo l'avvocatura, rappresenta una data troppo lontana.
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