«Gli sguardi impauriti di quei bimbi in fuga»

Nadia e gli orrori della guerra. Viveva a Leopoli, ora è a Giulianova: le sue parole commuovono tutti
TERAMO. «Ciò che unisce tutte le guerre è lo sguardo impaurito dei bambini che scappano».
Poche parole, con voce commossa tra il silenzio composto dei presenti, per descrivere l’orrore della guerra. A pronunciarle dinanzi all’Ateneo durante la Marcia della pace è Nadia Fedirko, ucraina residente a Giulianova, che si trovava a Leopoli, la sua città natale, quando è iniziata l’invasione russa. Nadia era tornata per curare la mamma gravemente malata ed è rimasta bloccata al suo capezzale mentre fuori cadevano le bombe.
«La guerra l’ho provata sulla mia pelle per 26 giorni», dice. «Il ricordo più spaventoso è il rumore dei missili: si contano i secondi prima che impattano sul suolo sperando e pregando, in quel frangente, che cadano lontano da te e dai tuoi cari». E ancora, la mancanza di farmaci e beni di prima necessità, il riparo nei rifugi, la paura e la morte della madre che Nadia ha dovuto affrontare sotto le bombe. Un dolore doppio che si è aggiunto a quello di vedere il proprio Paese in ginocchio. Ma ha trovato la forza di rientrare in Italia. Quella forza che ieri a Teramo le ha permesso dare la propria testimonianza come ha fatto la docente russa Nataliya Velikaya che ha negato a Mosca l’appoggio al governo di Putin, ha lasciato il suo prestigioso incarico da preside nella facoltà di sociologia e si è rifugiata a Mosciano, dove ha accolto in segno dell’unione dei popoli la sua collega ucraina, Bozhena Sudorec. «Il popolo russo non vuole la guerra e parlo anche a nome della mia comunità e dei miei colleghi», afferma. «È necessario creare i presupposti per una pace universale dove l’umanità sia unita».
Alla marcia hanno sfilato anche 13 studenti Leopoli accolti dall’Ateneo aquilano. «Le nostre famiglie sono nascoste», dicono Ira, Maksym, Bohdan, Vicktor e Volodymyr, «noi riusciamo ancora a parlare con loro, ma nostri amici non hanno notizie perché reti internet e telefoniche sono saltate. Ringraziamo l’Università dell’Aquila che si impegna molto per aiutarci. Speriamo solo che trionfi la libertà per noi e per tutti!». (a.d.f.)

