Gli sposi dello Sprar: mai avvertito razzismo

14 Febbraio 2019

MONTESILVANO. Hanno lasciato la loro casa e i loro affetti, percorso mezzo continente, attraversato il mare su un barcone, imparato una nuova lingua e messo al mondo tre bambine. Senza separarsi...

MONTESILVANO. Hanno lasciato la loro casa e i loro affetti, percorso mezzo continente, attraversato il mare su un barcone, imparato una nuova lingua e messo al mondo tre bambine. Senza separarsi quasi mai, sempre sapendo di poter contare l’uno sull’altra e con la speranza di creare un futuro migliore per la loro famiglia. Non hanno bisogno di regali, cioccolatini, cuori di pezza o cene a lume di candela per festeggiare San Valentino e dimostrarsi i propri sentimenti Godswill e Believe, perché ogni giorno della loro vita finora è stata una prova d’amore reciproca. Trentuno anni compiuti proprio ieri lui, 28 lei, marito e moglie da qualche settimana anche per lo Stato italiano, questi giovani nigeriani sono due dei 33 ospiti della struttura Sprar di via Napoli dove vivono con le loro tre figlie di 6, 4 e un anno. Ma ancora per pochi giorni.
Presto la famiglia lascerà la residenza gestita da Comune e Caritas per iniziare una nuova vita a Montesilvano, città nella quale vivono da 2 anni e mezzo e dove hanno scelto di restare ora che finalmente hanno ottenuto tutti i documenti. Un percorso non semplice il loro, che dopo essersi conosciuti da ragazzini in Nigeria, perché vicini di casa, si sono prima innamorati, poi sposati nel 2012 con un rito tradizionale e, dopo aver messo al mondo una figlia, hanno deciso di lasciare il loro Paese.
«Ho una famiglia molto numerosa», racconta Godswill, «e rimanere lì era difficile. Così quando nostra figlia aveva appena 9 giorni siamo partiti». L’arrivo in Italia, però, è stato tutt’altro che immediato. «Prima in Niger, poi 3 anni in Libia», prosegue, «poi 2 anni e mezzo fa sono partito da solo per l'Italia e lei mi ha raggiunto con le nostre bambine, che nel frattempo erano diventate due. Entrambi abbiamo trascorso diversi giorni in mare». Per Believe il viaggio è stato ancora più difficile, dal momento che ha dovuto viaggiare sola con le bambine molto piccole.
«Ho avuto molta paura», racconta, «ma sapevo che c’era mio marito ad aspettarci». Quel marito che finora si è dato tanto da fare per integrarsi, imparando l’italiano e lavorando prima nel cimitero, poi in un hotel e ora come bracciante agricolo. «Il mio sogno è quello di tornare a fare il carrozziere», rivela, «ma qualsiasi lavoro onesto mi va bene perché una volta lasciato lo Sprar non sarà così semplice».
A lavorare è anche Believe che presta servizio come assistente su un pulmino per bambini ma che spera un giorno di poter lavorare come infermiera. Nel frattempo il loro amore ha dato un nuovo frutto, Anabel, nata esattamente un anno fa proprio nella struttura di via Napoli. «In ospedale ci avevano detto che era ancora presto e invece è nata in casa e io ho fatto da dottore», racconta Godswill sorridendo e cercando di continuo lo sguardo e il sorriso rassicurante della moglie. Prima di lasciare lo Sprar, la coppia ha deciso anche di regolarizzare il matrimonio con un rito civile celebrato il 25 gennaio scorso nel Comune di Montesilvano e festeggiato nella sala parrocchiale della chiesa San Giovanni Bosco. «Gli operatori hanno regalato uno splendido abito bianco a mia moglie e volevano comprare anche il mio, ma io lo avevo già comprato. Sono stati sempre molto gentili con noi e a Montesilvano non abbiamo mai avvertito razzismo».
Ma questa coppia festeggerà San Valentino? «La festa degli innamorati esiste anche in Nigeria e in passato le ho regalato tanti fiori», prosegue Godswill. «Quest’anno siamo molto impegnati ma spero che avremo un po’ di tempo per stare soli. Ma basta figli, sono felice così, con mia moglie e le nostre tre bambine» conclude il giovane nigeriano.