Grazia: «Eccomi qui a fare i timballi mentre la mia Teramo scompare»

18 Dicembre 2016

La Scuccimarra racconta 30 anni di teatro e il rapporto conflittuale con la sua città: «La gente mi ama ma le amministrazioni comunali sentono che sono un’avversaria, sia quelle di sinistra che di destra»

di Anna Fusaro

«A Gra', ma che te vie'n mente de mettete a cantà, devi fa' er cabbaret». All'esortazione di Cesaroni, proprietario del Folkstudio, il locale di Trastevere culla dei cantautori romani, si deve la nascita di Grazia Scuccimarra come autrice e attrice di teatro satirico. «Ero tutta presa a cantare e suonare, invece la gente s'ammazzava di risate per le mie battute tra una canzone e l'altra». Dopo quella folgorazione l'artista teramana scelse definitivamente la strada teatrale, debuttando di lì a poco, era il 1978, con il primo spettacolo "Successo", prima nella sua Teramo nella discoteca Shakidu, poi al Leopardo, teatrino off della capitale, dove il monologo restò in cartellone tre mesi. A Roma dai tempi dell'università, sposata dal 1970 con l'avvocato Romano Chiovenda («Dopo 47 anni siamo ancora vivi»), due figli, Andrea, antropologo a Boston, e Francesco, architetto, la femminista Grazia è sempre stata circondata da maschi in famiglia («Una punizione divina», dice ridendo). Prossima al 72esimo compleanno, il 26 dicembre, Grazia Scuccimarra fa qualche bilancio. «Alla mia bella età posso tirare le somme. Ma è sempre una sottrazione. A volte ho la sensazione di scrivere invano» .

Però sta scrivendo un nuovo spettacolo e porta in scena quelli vecchi.

«Lo sto preparando, non so ancora il titolo, forse "Mamma mia", una specie di invocazione. Sarà pronto per la prossima stagione, dopo l'estate. Ora porto in giro "Chiedo i danni " e "Sono una donna laceroconfusa", in tema con l'attualità. Da gennaio sarò a Firenze, Ostia, Cagliari, Bolzano. In Abruzzo per ora non ho nulla. È abbastanza incredibile, ma in linea con il "nemo propheta in patria". Per i circuiti pubblici non esisto. Però la gente mi ama. Ma è faticoso organizzare da soli. A Teramo poi scattano per me mille implicazioni, fare spettacolo lì per me significa uscire a brandelli emotivamente. Sarebbe bello per una volta stare in un cartellone, ma non c'è verso. Le ultime volte ho potuto portare i miei lavori a Teramo grazie all'associazione Samarcanda di Leo Nodari. Altre volte ho fatto da sola, ma che fatica. C'è un disconoscimento che ti spinge a fare delle riflessioni. Sentono che sono un'avversaria, sia le amministrazione di sinistra che di destra. Sono invisa a entrambe, forse perché sincera».

Ma c'è il rapporto con la città, con i teramani che hanno sempre affollato i suoi spettacoli.

«Quello è il vero rapporto. In quarant'anni abbiamo fatto teatro insieme io e il pubblico, a Teramo, a Roma e in tutte le altre città. Una simbiosi nata subito, nel lontano 1978. Gente che non mi dimentica, che mi aspetta, lo vedo anche su Facebook ».

Un esempio di durata è "Noi, e ragazze degli anni '60" che gira dal 1983.

«Dopo il debutto, mio padre mi disse: "Con questo spettacolo camperai per i prossimi trent'anni". Capì che quel lavoro aveva tutte le caratteristiche per durare. Gli anni '60 sono stati un decennio topico e decisivo, eccezionale in senso positivo e negativo. Oro sto ripensando a quegli anni che ho tanto bistrattato e su cui ho tanto riso e fatto ridere. Inizio a pensare che quelle ragazze avevano una potenzialità che le donne di oggi hanno un po' disperso, soprattutto il saper fare delle donne antiche. Le donne di oggi sono un po' una nebulosa. Certo, guidano gli autobus e gli aerei, sono magistrate, fanno mestieri impensabili pochi decenni fa, ma vivono un ripiegamento su se stesse, c'è un ritorno alla sfiducia, hanno più paura. Anche per i fatti di cronaca che sentiamo giornalmente. La donna oggi è in po' meno moderna, è un ibrido, protesa solo verso la solita apertura dei costumi sessuali».

Allora c'è ancora bisogno di femminismo?

«Accidenti! Bisogna ricominciare daccapo, ma su basi diverse. Non è lo stesso cammino nostro. Occorre far capire che la crescita della persona non corrisponde solo alla libertà sessuale. Ci vuole impegno, fatica. Qui a Roma abito vicino agli studi De Paulis, devi vedere che file di giovani, maschi e femmine, per i casting tv, con la speranza di apparire. Ciò va di pari passo con l'incultura scolastica».

Ha insegnato per trent'anni. Come giudica la scuola italiana?

«La scuola è un nodo centrale per un Paese civile. Prima la scuola aveva figure di educatori, una classe di professori che lavorava con onore con sacrificio individuale. Oggi, dalle medie in poi, non è più così, si salva ancora la scuola elementare, speriamo che non la distruggano. Le riforme scolastiche sono state pessime, gli insegnanti sono abbandonati dallo Stato, e la classe genitoriale dei 35-40enni è terrificante».

Rimedi?

«La prima cosa da fare è reinserire lo studio del latino in tutti gli indirizzi scolastici. La gente non sa il significato delle parole».

Stupita dalla larga vittoria dei no al referendum?

«Ho votato no e sapevo che sarebbe andata così, che tanti sarebbero andati a votare, ma non mi aspettavo una tale ondata. Mi ha fatto i`mpressione, certo, votare con la destra, con Salvini, Casa Pound, ma anche di là... Verdini, Alfano, Popolari, Margheritiani, di cui Renzi è portatore, anche loro un'accozzaglia, magari più coesa perché al governo. Però il popolo ha mostrato di esistere, di non essere massa informe. È un segnale grosso, non si può più tanto giocherellare».

È stata in consiglio comunale a Teramo nel quinquennio 1990-95 nella lista civica di Marco Pannella, insieme a lui e Ivan Graziani.

«Furono i tempi d'oro di Teramo. Marco Pannella è stato un politico integerrimo. Faceva politica per passione, senza averne niente in cambio se non un omaggio postumo».

Cosa pensa della sindaca Raggi?

«Raggi per raggi per 3.14, ma stiamo ancora aspettando il risultato».

Natale a Roma o a Teramo?

«Qui a Roma, a fare la serva, a fare i timballi. Per la mia Teramo sento sempre tanto amore. Ma perché a livello nazionale non si parla di come l'ha ridotta il terremoto? Perché Teramo scompare dalle cronache?».

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