«Ha ucciso mio fratello, da un anno a casa»

Adele Pavone si sfoga in attesa di conoscere le motivazioni che hanno ridotto di 11 anni la pena a Vincenzo Gagliardi
PESCARA. Ha smesso di credere nella giustizia, promessa al fratello ucciso sotto casa a Montesilvano, quando la corte d’appello dell’Aquila lo scorso aprile ha ridotto di 11 anni la pena di 30 anni inflitta in primo grado a Vincenzo Gagliardi, il presunto omicida di Carlo Pavone. Ma ora che si avvicina il 14 agosto, termine entro il quale saranno rese note le motivazioni che hanno portato i giudici aquilani a non riconoscere come tali le prove che in primo grado erano valse a Gagliardi la condanna a 30 anni per l’aggravante della premeditazione, Adele Pavone, sorella maggiore della vittima, quasi teme di conoscerle anche perché, chiede, «che legge è se consente a una persona accusata di omicidio di starsene pure a casa?».
Già, perché dopo i primi 14 mesi passati in carcere da quando era stato arrestato il 28 maggio del 2014, Vincenzo Gagliardi, il dipendente delle Poste di Chieti all’epoca dei fatti contestati amante della moglie dell’ingegnere informatico, è agli arresti a casa dei genitori in contrada San Martino di Chieti, tenuto sotto controllo dal braccialetto elettronico che ne evidenzia ogni spostamento. Una detenzione in casa che fu concessa al 50enne per motivi di salute il giorno dopo la sentenza di primo grado, il 16 luglio dell’anno scorso, quando fu condannato all’ergastolo. Ma anche dopo tanto, e soprattutto dopo lo sconto di pena ottenuto in secondo grado, è una decisione che continua a indignare i familiari dell’ingegnere informatico di Montesilvano morto dopo 13 mesi di coma per quel proiettile di fucile che lo aveva preso in testa alla vigilia di Halloween del 2013, mentre andava a buttare la spazzatura sotto casa in va De Gasperi, a Montesilvano Colle.
«Non ho più parole, questi anni mi hanno stravolta», va avanti Adele, «quando mio fratello ero in coma gli avevo giurato che gli avrei dato giustizia e invece non si può, la legge te lo impedisce. Il braccialetto? Ecco, anche il braccialetto. Praticamente gli hanno già tolto 11 anni, un anno se l’è già fatto, un altro se l’è fatto a casa con il braccialetto e così continuerà fino alla Cassazione. Poi ci sarà la buona condotta e alla fine, quanto varrà la vita di mio fratello, poco più di dieci anni? No, la verità è che per la giustizia la vita di mio fratello non vale niente».
È stanca la donna che come un leone si è trovata in prima linea a battersi per il fratello ferito a morte, con l’altro fratello in Venezuela con gli anziani genitori rientrati poco dopo la tragedia in Italia. «Papà è morto a maggio e i bambini, i figli di Carlo non sono venuti neanche al funerale», si lascia scappare Adele pensando alla cognata con la quale i rapporti si sono chiusi quasi subito.
Ma adesso, a metà agosto, si vedrà se i legali di Gagliardi ricorreranno anche in Cassazione. «Lo faranno sicuramente», dice Adele Pavone che non nasconde i suoi timori: «Se in Appello non hanno tenuto conto che questa persona aveva in macchina un fucile, che da Chieti era venuto con quel fucile sotto casa di mio fratello a Montesilvano e che nei giorni precedenti aveva guardato su Internet a quanta distanza può uccidere un fucile, può succedere di tutto anche in terzo grado. Io ringrazio ancora il lavoro degli investigatori di Pescara, della dottoressa Mantini, ma non è bastato. O meglio, è stato distrutto».
Però alla fine, l’interrogativo resta: «Io non ho visto che l’ha ucciso lui, ma tutte le prove sono contro di lui. Perché non sta in carcere?».
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