«Hanno approfittato di Anna già in agonia»

Carlini, la donna lasciata morire alla stazione: le motivazioni della condanna in appello dei due romeni
PESCARA. Con il deposito dei motivi della sentenza di condanna in appello dei due romeni accusati di aver lasciato morire la povera Anna Carlini (33 anni, affetta da disturbi psichici) nel tunnel della stazione di Pescara il 30 agosto del 2017, i giudici spiegano il perché della conferma delle condanne di primo grado a carico di Nelu Ciuraru (11 anni e mezzo) e di Robert Ciorogariu (2 anni), e respingono ogni vano tentativo delle difese di accreditare conclusioni diverse su quella drammatica vicenda.
I difensori avevano infatti tentato, fra le altre cose, di giustificare in parte l’accaduto, inserendo i fatti in un contesto di massimo degrado come era appunto il tunnel della stazione: dormitorio per balordi, alcolizzati e drogati. «È infatti del tutto evidente», scrive la Corte di appello, «come l’esigibilità di elementari condotte di solidarietà umana, la cui omissione, come nel caso in esame, può assumere rilevanza penale, non possano essere parametrate all’eventuale condizione di degrado sociale in cui i soggetti coinvolti si trovino a vivere, non risultando, peraltro, che gli odierni imputati fossero in una condizione di incapacità giuridicamente rilevante, derivante dall’assunzione di alcool e droghe. Risulta invece che entrambi abbiano approfittato, per scopi egoistici, della condizione di assoluta vulnerabilità in cui versava la Carlini».
Entrambi erano accusati di omissione di soccorso e in più, Ciuraru, anche di violenza sessuale per aver stuprato la donna che era già in condizioni critiche per l’alcol che le era stato fatto assumere e le medicine prese per le sue patologie: un mix che si rilevò mortale per Anna. «Considerato il progressivo peggioramento delle condizioni fisiche della Carlini», aggiungono i giudici, «e il verosimile manifestarsi dei sintomi respiratori, deve concludersi che il Ciorogariu fosse perfettamente in grado di apprezzare la gravità della situazione e comportarsi conseguentemente». Sarebbe bastata una telefonata, anche anonima, al 118 per salvare Anna, invece di lasciarla in abbandono e in preda ad una lenta agonia per ore.
Stesso discorso i giudici fanno per Ciuraru, bocciando il tentativo di chiamarsi fuori dalla vicenda affermando di essere andato a dormire altrove. «Che Ciuraru non abbia avuto un contatto diretto, prolungato e ravvicinato con la Carlini è palesemente smentito dal fatto che sulla stessa è stato rinvenuto materiale biologico a lui riconducibile, circostanza che rivela, senza alcun dubbio, come l’imputato abbia avuto modo di constatare quale fosse la condizione della donna»; e ancora, «ben difficilmente avrebbe potuto trascurare di notare il fatto che la stessa era in uno stato di intorpidimento mentale e fisico, se non di perdita di conoscenza». La Corte respinge poi ogni tentativo della difesa di invalidare le testimonianze di chi si trovava quella notte nel tunnel, o di vanificare il risultato del Dna per questioni procedurali ritenute infondate, o di lasciar credere che la vittima era soltanto ubriaca e quindi che i due imputati sarebbero incorsi in un errore di valutazione della condizione della Carlini, ponendo perciò in essere delle modalità di soccorso non idonee. E sul tema la Corte aggiunge che «tali sintomi, uniti alla condizione di minoranza fisica della donna, evidente anche per gli estranei, non potevano essere scambiati dagli imputati come un mero stato di ebbrezza. E non v'è dubbio», concludono i giudici riferendosi ad un intervento sanitario, «che una qualsiasi persona minimamente avveduta sarebbe in grado di rendersi conto di tale necessità». (m.cir.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

