«Ho denunciato perché non avrebbe mai smesso»

PESCARA. «Mi ha fatto impazzire il fatto che nelle telefonate il mio persecutore mi dicesse che cosa avessi fatto, in quale ristorante fossi andata». Per 4 mesi una trentenne ha vissuto tra le...
PESCARA. «Mi ha fatto impazzire il fatto che nelle telefonate il mio persecutore mi dicesse che cosa avessi fatto, in quale ristorante fossi andata». Per 4 mesi una trentenne ha vissuto tra le telefonate anonime, le minacce di morte e le offese di un persecutore di cui non immaginava il volto ma che, in realtà, conosceva bene perché collega di lavoro. Solo due giorni fa la donna ha scoperto chi si nascondesse dietro quelle minacce al telefono perché l’uomo è stato arrestato dalla Squadra mobile grazie alla collaborazione della vittima che, alle donne, dice: «Denunciate e siate più furbe di lui».
Perché si ha paura di denunciare e perché lei l’ha fatto?
«Sono stata combattuta ma ho voluto rischiare perché non potevo andare avanti così: con la paura e con le minacce di morte. Denunciare richiede coraggio ma è più semplice di quello che sembra: basta non dirlo a nessuno e andare dalle forze dell’ordine. Io l’ho fatto perché lui avrebbe continuato in eterno e non so cosa sarebbe potuto accadere».
Quante telefonate riceveva?
«Cinque, 6 chiamate da un numero anonimo senza parlare fin quando non rispondevo. Mi diceva che me l’avrebbe fatta pagare “con il sangue” o che “la mia fine sarebbe stata scritta su tutti i muri”. Ha tappezzato anche la mia via di fogli con offese di ogni genere».
Ha provato imbarazzo?
«Sono scesa e li ho tolti tutti subito perché anche se non avevo nulla da nascondere ho provato vergogna e non si sa mai che cosa pensa la gente».
Quand’è che ha capito che quelle telefonate erano di uno stalker?
«Nelle prime telefonate non si capiva nulla, sentivo solo quella voce cattiva, maligna. Ma, poi, sono arrivate le minacce di morte. Erano le 2.30 di notte, stavo dormendo, quando mi ha detto: “La pagherai con il sangue”».
Perché rispondeva al telefono?
«Io non immaginavo chi fosse e sono impazzita per questo. Rispondevo perché volevo cercare di riconoscere la voce, che poi era alterata, e per registrarlo. Con le registrazioni sono andata alla polizia. Mi chiamava soprattutto nel fine settimane, insisteva fino a quando non rispondevo. Poi è stata la polizia a guidarmi e, a un certo punto, mi è venuto un dubbio su chi potesse essere. La polizia mi ha consigliato di dire a questa persona che avrei organizzato una cena con il mio ragazzo per provocare la sua gelosia. E così è stato: mi ha tagliato le gomme».
Il suo persecutore ha chiesto scusa. Si può perdonare uno stalker?
«No. Mi è quasi dispiaciuto sapere che era un mio collega con cui andavo d’accordo mentre mi odiava».
Il momento più difficile?
«Quando mi chiamava e mi diceva dov’ero stata. Uscivo con il terrore, vedevo tutti come possibili stalker».
Oggi è la giornata mondiale della violenza contro le donne, lo sapeva? Assumerà una valenza particolare per lei da oggi?
«No, l’ho scoperto ieri. Ma c’è una cosa che vorrei dire alle altre donne: una donna deve usare la furbizia e l’intelligenza e quindi denunciare».
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