Hotel della Asl chiuso da 12 anni chiesti 180 mila euro di danni

La procura della Corte dei conti accusa l’ex direttore generale D’Amario e un ex dirigente L’imputazione: «Non hanno venduto una struttura inutile». La difesa: «Ricostruzione falsa»
MONTESILVANO. È partita nel 2008 l’indagine della procura regionale della Corte dei conti sull’hotel Paradiso, l’albergo dietro alla pineta di Santa Filomena acquistato nel 2004 dalla Asl di Pescara a quasi 1,2 milioni di euro per farne una residenza per disabili mentali. Otto anni dopo, con l’hotel ancora chiuso e cadente, arriva il conto per quell’acquisto: la Corte dei conti ha chiesto 180 mila euro di danni a Claudio D’Amario, il direttore generale che ha guidato la Asl tra il 2009 e l’inizio del 2016 prima della nomina a subcommissario alla Sanità in Campania, e all’ex dirigente Franco D’Intino: 100 mila euro sono stati chiesti a D’Amario e 80 mila a D’Intino. Il prossimo 19 aprile sarà il giorno della discussione e, almeno un mese dopo, arriverà la sentenza di primo grado.
D’Amario rischia di essere condannato a risarcire i danni, ma non fu lui a decidere di comprare l’albergo di tre piani, 27 camere con 58 letti e giardino con piscina: 12 anni fa, fu l’allora direttore generale Angelo Cordone a comprare l’albergo per farne una casa per disabili mentali. Non fu possibile e l’albergo restò chiuso: un hotel costruito nel 1959 per ospitare i turisti del boom non sarebbe mai potuto essere in regola con le normative antisismiche attuali e con le leggi sulle barriere architettoniche. Secondo i successori di Cordone, quell’albergo sarebbe potuto diventare una struttura sanitaria soltanto con centinaia di migliaia di euro di lavori. E lo dice anche l’atto di citazione firmato dal procuratore generale Roberto Leoni: secondo l’accusa, «è di comune percezione che un immobile destinato a residenza alberghiera per evidenti ragioni strutturali e per necessità specifiche di dotazioni di sicurezza, non sarebbe stato di immediata fruibilità e non sarebbe stato riadattabile ai fini residenziali e sanitari con una spesa modesta». La previsione di spesa fu di oltre 800 mila euro. Una spesa troppo alta per Antonio Balestrino, il manager Asl che prese il posto di Cordone nel 2007, che provò subito a rivenderlo per fare cassa ma non ci riuscì. Il perché della vendita impossibile lo rivela la memoria difensiva di D’Amario, assistito dall’avvocato Tommaso Marchese: dal 2006, l’albergo Paradiso finì nell’ingorgo della prima cartolarizzazione avviata dalla Regione di centrodestra dell’allora presidente Giovanni Pace per ricoprire i debiti della sanità. Dopo Balestrino, nel 2009, è arrivato D’Amario che è riuscito a ottenere il sì della Regione, con Gianni Chiodi presidente, per liberare l’albergo dai vincoli della cartolarizzazione e metterlo in vendita. Quindi, nel 2010, la Asl ha trattato prima con il Comune, all’epoca guidato dall’allora sindaco Pasquale Cordoma, ma l’operazione non si è chiusa. Poi, l’edificio è stato messo all’asta con un prezzo base di un milione e 431 mila euro, ma nessuno ha avanzato un’offerta. Poi, e siamo all’anno scorso, la Regione del presidente Pd Luciano D’Alfonso ha autorizzato una seconda vendita.
La memoria di D’Amario, 37 pagine e oltre 30 allegati, mira a mettere in luce il paradosso di uno scandalo che affonda nel passato: dice l’atto che il manager è stato l’unico che è riuscito a mettere in vendita l’immobile, ma la Corte dei conti gli chiede i danni. «A D’Amario», dice l’accusa, «deve addebitarsi l’aver mantenuto nel patrimonio della Asl un bene che era palesemente da dismettere».
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