Hotel della Asl nel degrado «Non è colpa di D’Amario»

22 Settembre 2016

La Corte dei Conti assolve l’ex direttore generale e l’ex dirigente D’Intino I giudici: non devono pagare 180 mila euro di danni, ma l’acquisto fu superficiale

MONTESILVANO. Non c’è danno erariale per l’operazione dell’hotel Paradiso, l’albergo dietro alla pineta di Santa Filomena acquistato nel 2004 dalla Asl di Pescara a quasi 1,2 milioni di euro per farne una residenza per disabili mentali e da allora rimasto chiuso e sprofondato nel degrado. La Corte dei Conti ha assolto l’ex direttore generale della Asl Claudio D’Amario, attualmente subcommissario alla Sanità in Campania, e l’ex dirigente della Asl Franco D’Intino: se ci sono responsabili per una proprietà finita nell’abbandono, non sono loro.

La procura della Corte dei Conti aveva chiesto a D’Amario e D’Intimo di pagare 180 mila euro (100 mila a D’Amario e 80 mila a D’Intino). Ma la sentenza dice che D’Amario e D’Intino non hanno colpa. Del resto, la Asl comprò l’albergo con piscina tra via Napoli e via Firenze 12 anni fa con la gestione dell’allora direttore generale Angelo Cordone. Dopo Cordone, alla guida della Asl, arrivò Antonio Balestrino che provò a rivendere l’hotel di tre piani, con 27 camere e 58 letti, visto che per trasformarlo in una struttura sanitaria ci sarebbero voluti circa 800 mila euro di lavori. Ma quella di Balestrino si rivelò una vendita impossibile. Il perché lo rivela la memoria difensiva di D’Amario, assistito dall’avvocato Tommaso Marchese, ed è riportato anche in un passo della sentenza: dal 2006, l’albergo Paradiso finì nell’ingorgo della prima cartolarizzazione avviata dalla Regione di centrodestra dell’allora presidente Giovanni Pace per ricoprire i debiti della sanità. Fu proprio D’Amario, direttore generale tra il 2009 e il 2016, a ottenere da Gianni Chiodi, presidente della Regione dell’epoca, il via libera alla vendita. Ma la prima trattativa con il Comune di Montesilvano, ai tempi dell’allora sindaco Pasquale Cordoma, finì in un vicolo cieco e le successive aste, con una base da 1,4 milioni di euro, andarono deserte.

Una sequenza di fatti, dice la sentenza, che dimostra «una grande superficialità nella gestione dell’intera vicenda da parte della Asl nel suo complesso (e in particolare del direttore generale pro tempore in ordine all’acquisto dell’immobile con una valutazione assai approssimativa della congruità del prezzo)».

Ma la Corte dei Conti dice che D’Amario non avrebbe potuto fare di più: «Il Collegio non può che prendere atto dalle obiettive difficoltà in cui si è dibattuto D’Amario». Per i giudici, «non può essere addebitata a D’Amario e D’Intino l’attività illecita di terzi, occupanti abusivi e autori di atti vandalici, che hanno forzato le porte e divelto le grate di protezione introducendosi all’interno e cagionando danneggiamenti. Nè può essere neppure addebitato a loro il crollo del mercato immobiliare a seguito della crisi finanziaria internazionale del 2008».

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