Hotel Rigopiano, l'avvocato di parte civile: «Provincia e Protezione civile responsabili»

Romolo Reboa rappresenta un sopravvissuto e le famiglie di tre delle 29 vittime. Oggi ha incontrato i pm Tedeschini e Papalia, titolari dell'inchiesta sulla valanga, sottolineando la complessità del processo e il rischio che i reati possano andare in prescrizione. E sugli enti coinvolti: «Mi aspettavo già qualche indagine interna, invece niente»
PESCARA. Tragedia hotel Rigopiano: in concomitanza con l'arrivo dei carabinieri del Racis di Roma, l'avvocato di parte civile Romolo Reboa oggi ha incontrato i magistrati che conducono l'inchiesta sulla valanga che ha distrutto l'albergo provocando 29 vittime. Reboa, che insieme ai legali Maurizio Sangermano e Gabriele Germano assiste un superstite (Giampaolo Matrone) e i familiari di tre vittime (Valentina Cicioni, Jessica Tinari e Marco Tanda) non ha avuto remore a puntare l'indice contro la Provincia di Pescara e il sistema di Protezione civile locale, che fa capo alla Prefettura. «Dai video e dalle fotografie allucinanti che ho visto, e dalle testimonianze che ho raccolto, ho maturato delle certezze: la Provincia e il sistema della Protezione civile sono responsabili», ha dichiarato l'avvocato Reboa.
«Mi aspettavo già qualche tipo di provvedimento amministrativo o qualche indagine interna, per dare subito qualche segnale di giustizia, e invece sembra si voglia far passare che quello che è successo è un fatto inevitabile - accusa Reboa -. Invece non è così, perché la Provincia era obbligata dalla legge a tenere aperta la strada e la Protezione Civile non è il Pronto soccorso e aveva il compito di intervenire prima. Quelle persone sono state fatte prigioniere - sottolinea l'avvocato - e sono diventate prigioniere anche perché sono state fatte salire». Secondo il legale, «conta poco che le persone siano morte sul colpo o meno, perché quelle persone non dovevano essere rese prigioniere. Io ho degli sms mandati da persone che due minuti prima della valanga erano vive - racconta Reboa - e che fino alla fine continuavano a dire di volere andare via». Infine l'avvocato mette sotto accusa l'intero sistema. «Qui siamo in presenza di un macrosistema, che è quello della Protezione civile, che nel suo complesso non ha funzionato - conclude Reboa -. Ora toccherà a tutti noi, nel processo, andare ad individuare le varie responsabilità».
L'incontro con i magistrati. Reboa non ha nascosto neanche i timori di una prescrizione dei reati. «È una situazione pericolosa, perché esiste il rischio concreto che un processo di questa portata e di questa complessità duri molto, con la prescrizione che per questi reati è però in agguato, dopo appena 5 anni più altri 2 anni e mezzo». «Sono stato a Pescara per guardare negli occhi i magistrati della Procura e mi sono trovato davanti due persone molto capaci, quali il procuratore aggiunto Cristina Tedeschini e il pm Andrea Papalia, con i quali ho instaurato un ottimo rapporto e nei quali nutro grande fiducia - ha proseguito Reboa - l' incontro mi ha lasciato molto soddisfatto e l'intenzione di tutti è che il processo non si disperda in mille rivoli e in mille rinvii. Purtroppo la competenza per questi reati è del tribunale monocratico e con tante parti civili e i vari reati aggiuntivi che potrebbero essere ipotizzati, la situazione diventa davvero pericolosa - rimarca l'avvocato - per questo dovremo essere veloci e capire che anche una parola in più potrebbe essere sbagliata, in quanto esigerà una risposta in più». Il legale auspica una qualche forma di collaborazione tra i difensori delle vittime.
La telefonata del dirigente. Non mancano critiche alla prefettura di Pescara e al coordinamento dei soccorsi. «La conversazione tra Lupi e il direttore dell'hotel è scandalosa ed è la prova di come non abbia funzionato il servizio d'emergenza. Inoltre, da cittadino, mi chiedo: come è possibile che Lupi sia ancora al suo posto?», si è chiesto Reboa riferendosi alla telefonata intercorsa il 18 gennaio alle ore 17,40 tra il dirigente delle emergenze Vincenzo Lupi, dal Centro di coordinamento della prefettura di Pescara, con il direttore dell'hotel Bruno Di Tommaso, che non si trovava a Rigopiano: la valanga aveva già travolto la struttura, ma le parole di Di Tommaso finirono per ritardare l'invio dei soccorsi. «Forse se qualcuno non avesse giocato a "mi manda Picone" - ha aggiunto l'avvocato - e avesse svolto seriamente il suo compito, i soccorsi sarebbero potuti partire prima, ma questo non lo so e spetta alla Procura accertarlo».


