I fertilizzanti inquinati ignorati da 8 anni

16 Giugno 2016

Nessuno bonifica un capannone all’interno del depuratore invaso da centinaia di quintali di fanghi con sostanze tossiche

MONTESILVANO. Otto anni di abbandono. Sono dimenticati in un capannone all’interno del depuratore di Montesilvano i fanghi alle sostanze tossiche sequestrati nel 2008. Cadmio, zinco, rame e idrocarburi pesanti: sono queste le sostanze trovate nei fertilizzanti prodotti dall’Ecoest. Da allora a oggi, non è cambiato niente in via Tamigi: il capannone è sempre pieno degli stessi fertilizzanti inquinati – centinaia di quintali – finiti al centro di un’indagine della forestale. Un altro nodo irrisolto della zona che deve fare già i conti con l’ex discarica di Villa Carmine a picco sul Saline.

Quell’indagine sui fertilizzanti considerati «rifiuti speciali» si chiamava Toxic country e, all’epoca, gli atti giudiziari dicevano che quel cumulo alto più di tre metri e lungo un centinaio di metri avrebbe potuto «arrecare un grave vulnus all’ambiente»: sul pavimento dell’area è stato trovato uno strato di percolato. Ma nessuno ha rimosso niente e, ora, il caso è sempre più intricato. Perché l’Ecoest, con sede legale in via Verrotti, è stata messa in liquidazione già dal 2008 e il 27 maggio scorso il tribunale di Pescara ne ha decretato anche il fallimento: «La società non risulta titolare di beni immobili, non risulta titolare di diritti reali immobiliari ed è, di fatto, irreperibile presso la sede. La società ha cessato ogni attività», recita la sentenza firmata dal giudice Angelo Bozza.

E quei fanghi di chi sono? L’impianto dell’Ecoest è stato sequestrato nel 2008; nel 2009 l’inchiesta è stata chiusa con due indagati; nel 2010, è arrivato il dissequestro dell’impianto. Poi, i fanghi sono stati affidati al Considan, il consorzio formato dai Comuni di Montesilvano, Città Sant’Angelo e Silvi commissariato da 8 anni e in liquidazione.

Dal 2006, il depuratore è affidato all’Aca e proprio l’Aca si trova di fronte tutti i giorni il mucchio di fanghi al veleno. La parte dei fanghi stoccata sotto una tettoia e dentro un capannone è dura e secca come la pietra; sulla parte che sta all’aperto cresce l’erba. E chi dovrebbe togliere tutto? Se i fanghi sono stati affidati al Considan, dovrebbe essere proprio il Considan a smaltirli. Ma, in 8 anni, nessuna soluzione è stata trovata: perché? Tutto ruota intorno ai soldi: la bonifica costerebbe una cifra che potrebbe mettere in ginocchio il Comune. Su questo, vale la pena di ricordare una dichiarazione del 2013 di Vittorio Iovine, assessore all’Ambiente con la giunta Di Mattia, che durante un sopralluogo ha scoperto il capannone dell’abbandono: «Non sapevo dell’esistenza di quella bomba e quando l’ho vista mi sono arrabbiato. Se dovesse toccare al Comune il compito di bonificarla andremmo in fallimento: con i vincoli del bilancio che ci ritroviamo, non possiamo permetterci niente. Ci vuole l’intervento della Regione o dello Stato».

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