I figli dei sopravvissuti: «I nostri padri morti con l’inferno dentro»

28 Gennaio 2021

I ricordi dolorosi dei familiari degli internati pescaresi nei lager nazisti durante la cerimonia di consegna delle medaglie d’onore in prefettura

PESCARA. Sono stati prigionieri per due anni dopo l'armistizio del 1943 e internati nei campi di lavoro. Una volta liberati pesavano appena 35 chili. Alcuni di loro non si sono mai ripresi dalle ferite della prigionia, morendo dopo la liberazione. Altri le ferite dell'anima se le sono portate dentro per tutta la vita, non riuscendo mai ad esternarle nemmeno ai loro figli. Sono alcune delle storie dei sopravvissuti alla Shoah, ricordate ieri in Prefettura, nell'ambito della cerimonia di consegna delle medaglie d'onore ai familiari, in occasione del Giorno della Memoria. A consegnare i riconoscimenti alla memoria, conferiti con decreto del Presidente della Repubblica, sono stati il prefetto Giancarlo Di Vincenzo, i sindaci di Pescara, Carlo Masci e di Cepagatti, Gino Cantò e il vicesindaco di Montesilvano, Paolo Cilli, insieme al questore Luigi Liguori, al comandante provinciale dell'Arma dei Carabinieri di Pescara, Eduardo Gambardella e al comandante delle Forze operative Nord, sezione staccata di Pescara, Maurizio Tacconelli.
RICORDI DOLOROSI «Vai a giocare a pallone, non sono cose per te, mi diceva sempre mio padre ogni volta che provavo a fargli qualche domanda», racconta Antonio Michele Ciavarro, figlio di Giuseppe Ciavarro, internato dell'esercito italiano 12esimo Reggimento Fanteria in Austria, nello Stalag 17A. «Era stato chiamato alle armi nel settembre del '42 a 19 anni e mandato al fronte a combattere nella campagna tra Grecia e Albania», ricorda Antonio, che ha ritirato la medaglia assieme al figlio 19enne Francesco, nipote di Giuseppe. «Venne fatto prigioniero nell'ex Jugoslavia qualche giorno dopo l'armistizio e venne deportato nel campo di lavoro in Austria, per due anni. Venne liberato tra gennaio e febbraio, ma riuscì a tornare a casa solo a settembre, a piedi. Non ha mai voluto parlare di quello che gli era successo, ma so che aveva grossi rimorsi per quello che aveva fatto durante la guerra. È un peso che si è portato con sé per tutta la vita». Un peso troppo grande che in molti hanno deciso di chiudere in un cassetto della memoria. «Mio padre per pudore non ci ha mai voluto dire nulla di quello che aveva subito in guerra», confessa Giancarlo Chiavaroli, figlio di Silvio, internato come militare dell'esercito italiano Corpo degli Alpini in Germania dall'8 settembre 1943 fino al primo maggio 1945.
STRAPPATI AI CARI Il dolore provato dalle vittime della prigionia è ancora vivo nei loro figli. Vincenzo Santucci non riesce a trattenere le lacrime, per una perdita avvenuta troppo presto, mescolate all'orgoglio dell'estremo sacrificio fatto dal padre Antonio, internato dal 9 settembre 1943 fino all'8 maggio 1945. «Avevo sei mesi quando mio padre mi vide per la prima e unica volta», ricorda Vincenzo, affiancato dalla figlia Fulvia. «Lui era orfano di guerra. Suo padre morì nella prima guerra mondiale e lui non avrebbe dovuto fare il militare. Invece volle farlo lo stesso. Durante il servizio conseguì delle patenti speciali e infatti quando tornò venne assunto da una compagnia di autolinee a Pescara. Poi, però, venne chiamato in guerra e lo internarono dopo qualche mese. Una volta liberato, venne portato a Merano dalla Croce rossa internazionale, ma lì morì qualche tempo dopo». Al loro rientro, questi uomini erano irriconoscibili per le sofferenze patite nella prigionia. Tanto da creare persino degli scambi di persona. Giacomo Chiaversoli venne internato come soldato artigliere dell'esercito italiano in Germania dal 1943. «Il 12 agosto '44 venne rimpatriato a Padova, con un treno speciale», rievoca Nino Carletti, tenente della polizia di Montesilvano e nipote di Chiaversoli, al fianco al momento del ritiro della medaglia di Lucia e Maria, le sorelle della vittima. «A Padova, una signora che andava sempre in stazione per aspettare i treni con i feriti di guerra, sperando di riconoscere i suoi due figli soldati dispersi, scambiò Giacomo per uno di loro. Cominciò ad accudirlo anche quando si accorse dell'errore, occupandosi persino della sepoltura nel cimitero militare. Sulla lapide misero il nome del fratello, Adamo, per via di una foto che Giacomo portava con sé nel portafoglio». Medaglia d'onore alla memoria anche di Cesare Di Rosario, internato dell'Arma dei Carabinieri in Germania dal 1943 al 1945, consegnata al figlio Vito e a Gabriele Gagliardi, internato per due anni al 121esimo Reggimento Fanteria a Lipsia, ritirata da Gianfranco e Gabriele, figlio e nipote affiancati da Camillo Savini, presidente del Nastro Azzurro, sezione di Pescara. «Mio padre era nella campagna tra Grecia e Jugoslavia quando tutto il gruppo venne prelevato», afferma Gianfranco. «Quando rientrarono in Italia con le divise da militari non li accolsero bene. Non è mai riuscito a parlare apertamente di quei giorni».
IL PREFETTO «Coltivare la memoria significa arricchire il presente e recuperare quel patrimonio storico che è fondamentale per confrontarci con la quotidianità», sottolinea il prefetto Di Vincenzo. «Anche a distanza di tanti anni, lo Stato non dimentica e ricorda l'importanza di valori essenziali come la lotta alla violenza, la valorizzazione del senso di comunità, di solidarietà e di tolleranza».