I locali spengono la musica Brindisi e cori fino all’alba

Tolleranza zero sui rumori. Scadute le ordinanze sui divieti in centro storico I gestori abbassano il volume per non rischiare sanzioni, tanta gente in strada
PESCARA. La colonna sonora della notte a Pescara vecchia è una musica da discoteca silenziata e sovrastata dalla voce dei giovani che parlano in strada: c’è chi racconta la sua settimana di lezioni alla comitiva di amici, chi fa i cori da stadio per festeggiare, chi ride tra baci e abbracci, chi canta tra la folla perché l’alcol ha abbassato il livello della timidezza, chi passeggia con in mano i bicchieri di plastica che, ammucchiati nei cestini, diventano il monumento a un’altra serata finita. È un “bum, bum, bum” ovattato che fa da cornice al «rumore antropico», cioè alle voci che si mescolano, rimbombano e innescano la protesta dei residenti, autori di «numerosi esposti». Da quando il Comune ha adottato il pugno di ferro – ordinanze sulla movida e musica sospesa nei locali che alzano troppo il volume –, il triangolo del centro storico gioca in difesa aspettando la mossa dell’avversario: ormai sono pochi i locali che diffondono le «emissioni sonore» perché c’è il rischio di multe e denunce a seguito dei controlli dell’Arta e tra i gestori ormai quasi nessuno vuole ritrovarsi invischiato in questa storia che non porta incassi ma rogne.
Mentre in Comune si discute del Piano di risanamento acustico per piazza Muzii, via Battisti e via De Cesaris – il 26 aprile è convocato il consiglio comunale per il via libera ai divieti –, a Pescara vecchia sono scadute le ordinanze sulla musica fino a mezzanotte «a porte e finestre chiuse» pena una multa fino a 20mila euro e sul divieto di bere alcolici «di qualsiasi gradazione» all’aperto (500 euro di sanzione): per adesso, si può fare tutto.
Non c’è musica davanti all’ultimo locale al centro di un’ordinanza del sindaco Carlo Masci che ha disposto «l’immediata sospensione dell’intrattenimento musicale e/o l’utilizzo degli impianti elettroacustici che causano il superamento dei limiti previsti dalla normativa»: è il secondo caso in meno di un mese. Ora, prima di riaccendere le casse, il locale deve mettere in atto «adeguati interventi di bonifica acustica e di adozione di ogni utile accorgimento tecnico/funzionale ed organizzativo finalizzato a ricondurre il rumore entro i limiti»: niente musica, clienti ai tavoli in strada che si guardano, parlano e brindano.
Il fiume della movida scorre lento: le gocce d’acqua sono, in maggioranza, ragazzi tra i venti e i trent’anni, fanno gli studenti e amano divertirsi senza distruggersi e distruggere. Mescolati alla folla dell’una e mezza di notte, ragazzini e ragazzine in canottiera: non fa ancora caldo ma non fa più freddo, è tempo per stare fuori.
Pescara vecchia non è soltanto la faccia bella del divertimento: la movida porta anche scompiglio, l’ordinanza scaduta dice testualmente che «può comportare ai residenti pescaresi notevoli disagi». «Se mi guarda ancora, gli tiro un cazzotto a quello», dice un ragazzo mentre si avvia verso il parcheggio della golena sud. La stessa ordinanza parla di «schiamazzi, alterchi, accenni di rissa». Tra i muri delle case che alimentano l’effetto eco, basta un coro di buon compleanno per infrangere la soglia limite dei decibel. Tra chi viene e chi va, alle 2 sembra ancora troppo presto in corso Manthoné e via delle Caserme; in piazza Unione, invece, all’ombra del palazzo del Consiglio regionale, la movida retrocede alle chiacchierate intorno alle panchine. Sotto i piloni dell’Asse attrezzato, si sbracciano i parcheggiatori abusivi: «Caro, qua c’è posto», e poi chiedono soldi e sigarette.
L’altra faccia dei brindisi spensierati e dei vestiti e scarpe alla moda, si incontra nel parcheggio del rilevato ferroviario in via Orazio: c’è un disperato che dorme avvolto nelle coperte a quadri marroni, accanto a una Fiat 500 in sosta. Sembra un mucchio di stracci, ma è una persona: vicino, una bottiglietta d’acqua e tutti i suoi averi riposti in poche buste di plastica. Arrivano due ragazze, salgono nell’auto e cominciano le manovre: un po’ avanti e un po’ indietro facendo attenzione a non colpire quella persona sempre immobile a terra. Altri dormono a pochi passi, sotto al ponte di ferro lungo la pista ciclabile del parco fluviale mai nato: stesi sui materassi, sono inghiottiti dall’oscurità e diventano visibili soltanto quando i fari delle auto in transito illuminano quel lembo di terra prestato al degrado. Loro no, non dicono una parola.

