I migranti: «Siamo fuggiti da guerra, fame e violenza: l’Abruzzo è la nostra casa»

Dalle botte al pakistano per motivi religiosi alle sevizie al bengalese in Libia Torture, abusi sessuali, malattie: l’odissea dei profughi dopo mesi di paura
PENNE. C'è chi ha vissuto traversate in mare, chi addirittura ha dovuto percorrere migliaia di chilometri a piedi. In tanti si portano dietro una storia incredibile, scalfita spesso da violenza, miseria e atrocità. In fuga, rischiando la morte, pur di fuggire da una realtà di disperazione ancor peggiore della paura di morire.
I rifugiati ospitati nei due Cas di Penne, sia in quello comunale di Collalto che in quello del Lapiss, entrambi gestiti dalla Cooperativa Cogecstre, hanno tutti gli occhi del dolore e si portano dentro spesso angosce inconcepibili per chiunque conduca una vita normale.
Torture, violenze, abusi sessuali, malattie. Il mix di dolore è impressionante. Nel verde dell'oasi di Penne trovano spesso tranquillità e una via di fuga. «Arrivano con funghi, scabbia, fisicamente provati, frutto delle condizioni igieniche ad esempio delle prigioni libiche», dice Damiano Ricci, direttore del Cas comunale di Collalto a Penne, raccontando i tanti rifugiati visti passare in questi anni.
I SEI GUINEANI
SBARCATI AD ORTONA
Gli ultimi ad arrivare sono stati i guineani sbarcati a Ortona lo scorso fine settimana. Tra questi anche due giovani donne ed i loro bimbi di 7 e 24 mesi, tutti salvati dopo un naufragio a largo delle coste libiche. «Sono stati tutti visitati e controllati all'ospedale di Chieti, ma da protocollo dovranno rimanere in isolamento per una settimana per i protocolli Covid ai quali dobbiamo ancora attenerci», spiega Ricci.
PAKISTANI TORTURATI
Ci sono storie che mettono i brividi, come quella del 22enne pakistano Ashfaq, ancora oggi presente al Lapiss di Penne. «Quando è arrivato», racconta Damiano Ricci ancora provato da quella terribile esperienza, «aveva ancora ben visibili i segni delle frustate a sangue ricevute solo perché non voleva accettare i precetti religiosi del suo Paese. È vero che a volte fuggono per cercare fortuna, ma spesso fuggono perché le condizioni quotidiane nelle quali sono costretti a vivere sono disumane».
IN FUGA
DALLE CARCERI LIBICHE
C'è chi a 21 anni ha avuto esperienze da lasciar impallidire. È il caso del 21enne bengalese D.D., ancora presente al centro di accoglienza di Penne. «Quando è arrivato era malato con scabbia e funghi su tutto il corpo a seguito del periodo passato nelle prigioni libiche. Mal nutrito. Dopo pochi mesi qui il suo volto è irriconoscibile, ha cambiato fisionomia», sottolinea ancora il direttore del Cas comunale di Collalto.
IN FUGA DALL' AFGHANISTAN
C'è anche chi, dopo esser fuggito da un'odissea, ha avuto anche l'onore e il piacere di incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. È il caso di Khatir Najibullah, nato a Yousuf Khail, in Afghanistan, il 6 giugno del 1989. Ha camminato per tre mesi a piedi, lasciando la sua famiglia e il suo Afghanistan, in cerca di un futuro migliore. Circa 6.000 chilometri percorsi con la speranza di scappare definitivamente dalla condanna a morte decisa per lui dai talebani. Dopo essere stato perseguitato per anni, e aver fotografato gli autori di un attentato, ha dovuto lasciare sua moglie e i suoi 4 bambini, 3 maschi e una femminuccia, nata quando era già in Italia e che perciò non ha mai potuto abbracciare. Ha attraversato Stati e montagne, dormito in caverne e camminato di notte.
Ha visto compagni di viaggio morire: alcuni caduti dalle montagne sul confine tra Iran e Turchia, che i trafficanti di uomini costringevano ad attraversare di notte per non essere scoperti, altri morti di stenti o uccisi perché non erano più in grado di camminare. Quando è arrivato in Italia aveva i piedi così gonfi e doloranti che dal suo solito numero 41 ha dovuto calzare il 43 di scarpe. Dal dicembre del 2015 è stato ospite rifugiato della struttura di accoglienza del Lapiss a Penne, all’interno dell’Oasi gestita dal coop Cogecstre. Il 28 luglio del 2016 ha addirittura incontrato il presidente Mattarella, in occasione della ricorrenza dei 50 anni dalla fondazione del Wwf Italia.
«So che adesso ha preso la patente. Ogni tanto è venuto anche a trovarci in auto. Per un periodo ha lavorato alla Conad come addetto agli scaffali», racconta ancora Damiano Ricci.
Insomma, nella sofferenza, nelle atrocità, non mancano gli esempi positivi di chi riesce a dare un cambiamento alla propria esistenza. «Dal 2015 a oggi il Cas del Lapiss ha dato accoglienza ad oltre 734 beneficiari. Di questi ben il 41%, dopo una media 266 giorni di permanenza, ha rinunciato all'accoglienza dopo aver raggiunto un'autonomia personale, mentre il 30% si è allontanato volontariamente», conclude il direttore dei due centri d'accoglienza di Penne.
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