I negozianti rinnegano Toppetti: «Ci ha detto che era un premio»

Gli esercenti tolgono l’adesivo “Negozio italiano”: «Presentato come un riconoscimento»
PESCARA
Hanno le lacrime agli occhi quando lo dicono, perché si sono trovati risucchiati da una polemica che non appartiene né a loro né alla storia delle attività. I commercianti pescaresi pensavano infatti che si trattasse di «un semplice riconoscimento istituzionale» anche perché «così ci era stato presentato» con tanto di invito a ritirare l’adesivo “Negozio italiano” nella sala consiliare del Comune di Pescara. Alcuni pensavano che «ci fosse anche il sindaco Carlo Masci quel giorno a consegnare lo sticker». E secondo quanto dichiarato dagli stessi esercenti, la capogruppo consiliare di Futuro Nazionale, Valeria Toppetti, non ha nemmeno detto «che fosse un’iniziativa lanciata a livello nazionale da Roberto Vannacci, di cui non sapevamo nulla». Raccontano invece che, in un giorno qualunque, la Toppetti si è presentata in negozio: «Lei ci ha chiesto: posso darvi questo adesivo?» e quindi non ci hanno visto nulla di male, un po’ «come le targhe che vengono rilasciate alle attività storiche, ecco». Ma appena sono usciti i primi articoli sui giornali – frutto dei comunicati stampa inviati al giornale dalla stessa consigliera – la polemica sul web è esplosa, portando con sé insulti e diffamazioni. L’impatto, dicono, è stato forte: nel loro intento non c’era alcuna volontà di creare una divisione sociale fra negozi italiani e stranieri. Pensavano fosse un riconoscimento per le attività che da anni operano sul territorio, niente di più, niente di meno.
VIA GLI ADESIVI DALLE VETRINE
Erano quattro i commercianti andati in Comune per ritirare l’adesivo “Negozio italiano” – Gianni Manzoli (“L’Angolo della Frutta”), Amedeo Fava (“Pelletteria Fava”), Anna Stella Albano (“New Look”) e Valerio Ciroli (“Pianeta Mare”) – a cui si è unito un quinto esercente, Dario Gagliardi di “Gagliardi shop”, che ha ricevuto il bollino dalla Toppetti nel proprio negozio invece che a Palazzo di Città. Parliamo al passato perché gli adesivi sono stati ormai rimossi: si fa strada, invece, l’iniziativa di Giacomo Di Matteo, titolare della Tabaccheria numero 53 di via Firenze, del quale proprio ieri sul Centro abbiamo descritto la controproposta da lui lanciata di un adesivo con scritto: “Negozio umano, 100% accogliente”. L’obiettivo, ha spiegato Di Matteo, è stato uno: «Far passare il messaggio che prima viene la persona, poi la provenienza», perché l’esercente ha avvertito l’esigenza di muoversi in prima persona di fronte a un fenomeno che, applicando un marchio alle vetrine, rischiava di generare un divario «non necessario, anzi inutile».
GLI ESERCENTI SI DIFENDONO
Siamo così andati sul posto per verificare lo stato d’animo di chi aveva aderito, offrendo la possibilità di raccontare ciò che hanno passato, soprattutto dopo la pesante gogna esplosa sui social media. Il primo che abbiamo sentito è Cesare Gagliardi, figlio del titolare dello storico shop su corso Vittorio Emanuele, che ha aperto al Centro le porte della sua attività. «Abbiamo tolto subito l’adesivo perché il negozio è apartitico, non c’entra con la politica e non ha nulla a che fare con nessun partito. Non sapevamo che fosse un’iniziativa lanciata da Futuro Nazionale, né che sarebbe finita sui social. È venuta una persona con cui abbiamo un rapporto di amicizia, ci ha chiesto se poteva consegnarci questo adesivo come un riconoscimento istituzionale, noi lo abbiamo preso, senza conoscere tutto quello che c’era dietro. È stato un equivoco e ci siamo stati anche male, la realtà è che noi non volevamo essere coinvolti in questa vicenda». Si aggiunge l’esercente Fava, che conferma: «Anche io pensavo fosse un riconoscimento istituzionale, così mi era stato presentato perché, nel mio negozio, ho molti prodotti Made in Italy, non sapevo che fosse un’iniziativa lanciata a livello nazionale da Vannacci».
«LA TOPPETTI MI HA TRADITO»
Deluso anche il commerciante di pesce Ciroli, che dice: «La Toppetti ha detto: è un negozio storico italiano, da padre in figlio. Io con la politica non c’entro niente, mi ha tradito». L’ultimo a spiegare come è andata la questione è il fruttivendolo Manzoli «Una persona è passata con la macchina gridandomi “fascistone”. Siamo stati diffamati come attività e nell’immagine di un negozio che esiste dal 1945, che è andato semplicemente a ritirare una bandiera italiana con la scritta “Negozio italiano”, pensando di fare una cosa buona, per orgoglio verso un simbolo importante, senza alcuno schieramento politico. Premetto che questa attività storica ha già ricevuto una targa di riconoscimento sia dalla giunta Masci che dalla precedente amministrazione. Quindi, in buona fede, pensavamo che si trattasse di un semplice riconoscimento istituzionale, così ci era stato presentato, tanto che ci aspettavamo anche la presenza del sindaco Masci». E spiega: «Siamo stati invitati in una sala consiliare pensando che fosse un semplice riconoscimento istituzionale. Tornando a noi, voglio dire a tutte le persone che ci hanno diffamato e insultato che questo negozio è aperto a tutte le nazionalità, a prescindere dagli orientamenti sessuali. Con tutti i problemi che abbiamo aggiungo che non vogliamo essere motivo di divisione sociale. È stato un equivoco».
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