«I Trumpisti del giorno dopo sono nel Sì»

Il senatore Quagliariello (Idea) condanna l’ipocrisia e gli attacchi terroristici contro il No
PESCARA. Il referendum, le polemiche e le accuse, Trump e il centrodestra in Abruzzo. Il senatore Gaetano Quagliariello torna domani in Abruzzo (ore 16 nel Comune di Avezzano) in occasione della campagna referendaria. E come fondatore del Movimento Idea-Identità e Azione che vuole rappresentare la sintesi tra passione civica e buona politica, in un’ottica di riaggregazione del centrodestra, tasta il polso alla situazione politica nazionale e locale.
Senatore, lei ha avuto modo di dire che il 5 dicembre sorgerà di nuovo il sole. A che cosa alludeva: alla vittoria del No _ schieramento che lei appoggia _ o all'inutilità politica del referendum?
«L'ho detto di fronte alle tesi terroristiche sulla vittoria del No, secondo le quali sembra che in caso di vittoria usciremo dal sistema solare. Ho risposto che il 5 dicembre sorgerà comunque di nuovo il sole ricorrendo, direi, a una parafrasi obamiana».
Quindi, secondo lei, non cambiera nulla dopo il referendum a prescindere dai risultati?
«Non succederà nulla di tragico, credo che l'Italia sia un Paese abbastanza maturo per poter scegliere liberamente sulla sua legge fondamentale, la costituzione, alla cui base c'è la convivenza sociale. E sono convinto che non avvenga nulla di tragico perché, prima di tutto, credo nella vittoria del No e poi perché francamente questi temi così elevati ritengo facciano male alla campagna del Sì. Hanno avuto un effetto differente rispetto a quello che si aspettavano i promotori del Sì».
È stato detto che dietro al No c’è un'accozzaglia di pesce fritto. Lei che cosa risponde?
«Vede, la costituzione fissa le regole di convivenza tra diversi ed è normale che le costituzioni siano votate dalle accozzaglie. Nel ’48 ad esempio è stata votata da un'accozzaglia addirittura tra coloro che stavano con gli americani e chi invece con i sovietici. Ciò che è patologico è che per il Sì ci siano solo Renzi, Alfano e Verdini e non che dall'altra parte ci sia invece tanta gente».
L'accozzaglia era riferita al fatto che nel No ci sono ad esempio lei e D'Alema con Salvini.
«Voglio essere chiaro, con D'Alema condivido questa battaglia, ma non voglio farci alcun partito. Penso che sia un mio avversario politico e che tale rimarrà perché l'unica cosa che ci accomuna è il fatto che ci siano le regole che vanno rispettate. È come una partita di calcio: chi gioca deve prendere l'arbitro, stabilire la lunghezza del campo e la larghezza delle porte e questo è bene che a stabilirlo siano entrambe le squadre, altrimenti è meglio che la partita non inizi nemmeno».
Andiamo in America, all'elezione di Trump. Per lei è stata una sorpresa?
«No, perché la crisi economica che dura ormai da dieci anni, e quindi il doppio della prima guerra mondiale, ha eliminato i ceti medi e ha portato un cambiamento nella categoria stessa della moderazione. Oggi il moderato è uno arrabbiato che ritiene che l'elìte politica sia un ceto parassitario. Non è un caso che questo voto sia stato intercettato molto di più da Trump piuttosto che dalla Clinton laddove, la stessa Clinton si è presentata nell'elìte. Trump ha vinto in tre Stati operai dove la loro condizione si è modificata e dove dall'aspirare a un progressivo benessere si sono trovati improvvisamente a fare i conti con lo spettro della povertà. E in America tutto questo merita risposte, non può essere criminalizzato come populismo».
Trump è l’uomo giusto per gli Usa?
«Per poterlo dire credo che si possa attendere senza grandi patemi. Certo è che sia il modo in cui si è presentato, sia il suo programma parlavano di più a questo elettorato moderato piuttosto che la Clinton».
Tornando al referendum, lei ha avvicinato alla campagna del Sì i “Trumpisti del giorno prima”. Che cosa intende?
«La premessa è che io, considerando il voto del meno peggio, avrei scelto Trump. L'ho detto senza remore con qualche mese di anticipo rispetto alle elezioni. E mi sono meravigliato della rivalutazione fatta da persone qualche giorno dopo la vittoria di Trump. Rivalutazione fatta da chi aveva espresso puro disprezzo verso Trump. La stessa campagna per il Sì hanno voluto avvicinarla alla voglia di cambiamento manifestata con l'elezione di Trump. Ma anche questa cosa penso che arrivi da chi è senza remore».
Renzi l'ha definita un ex ministro in cerca di poltrone.
«Io in cerca di poltrone? Si potrebbe limitare come volgarità, ma c'è qualcosa di più che dice molto della femonologia del personaggio. Uno che la poltrona ce l'ha, e che ne distribuisce tante ogni giorno, va a fare la morale per prendere una posizione nei confronti di chi la poltrona l'ha mollata ed è sceso dal carro del vincitore. Io dico solo che lui è l'espressione di una pochezza culturale e di un modo miserabile di considerare lo scontro politico. D'altra parte Metastasio dice “ognuno dal proprio cor l'altrui misura...”»
Lei proviene dal centrodestra, e in Abruzzo com’è la situazione del centrodestra?
«Non si differenzia dalla condizione nazionale. Dico solo che la casa si costruisce dalle fondamenta e non dal tetto. Al centrodestra abruzzese servono due cose sulle quali noi di Idea stiamo lavorando. Una delle regole è che il centrodestra è una comunità, ma che è priva di regole: come si sta dentro questa comunità, come si sceglie il leader, come si scelgono le sue componenti sono tutte cose che vanno fissate e che non possono essere delegate da Roma. La seconda cosa è il programma: ci sono tante sensibilità e questa può essere una ricchezza a condizione che vi sia un punto di caduta e cioè un programma di governo. Il cittadino deve sapere che cosa si fa, quali sono i punti, le idee. Ecco, se non ci sono questi due elementi la proposta rimane debole. E non è che si risolve tutto trovando solo una bella immagine».
Lei conosce possibili leader abruzzesi?
«Sì, certo, ne conosco tanti. Penso però una cosa, il centrodestra dovrebbe confrontarsi e il punto di partenza dovrebbe essere una seria valutazione della ex giunta regionale di Chiodi. Con tutti i limiti, quella giunta ha risanato il bilancio della Regione, ha fatto fare un salto in avanti dell'Abruzzo nelle classifiche delle regioni dove non era mai arrivato, ha terminato la legislatura e francamente anche dal punto di vista della moralità, se si considerano le cose che le sono state contestate e facendo un confronto con il passato, ci sono anni luce. Tutto questo non è sedimentato. Si parta da qui per andare avanti e non per riproporre la stessa cosa».
Parlavamo di nuovi personaggi.
«Nelle nuove stagioni ci possono essere persone che occupano nuovi ruoli. Sto riproponendo una giusta valutazione del passato perché non farlo mi sembra una sperpero del patrimonio della classe dirigente. La mia attenzione particolare va al lavoro che sta facendo Mauro Di Dalmazio che, partendo dal civismo, sta recuperando una base valoriale ma anche una nuova sintesi programmatica».
E di D'Alfonso che cosa pensa?
«Ha molto dei pregi e dei limiti dell'attuale premier. Gli va riconosciuta l'energia, che viene però spesa più per creare un'impressione piuttosto che una sostanza. Temo che quando andremo a fare i conti troveremo un Abruzzo che è andato indietro. E non avanti».
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