I viaggi con le tasse dei cittadini «La Sican deve restituire i soldi»

10 Giugno 2022

Dopo le indagini della Finanza, la Corte dei conti ordina il rimborso del danno erariale ai Comuni La vicenda riguarda Popoli, Turrivalignani e Lettomanoppello nel periodo tra il 2008 e il 2014

POPOLI. Le indagini della guardia di finanza di Popoli avevano preso il via da alcuni accertamenti sulle tasse versate per un anno e mezzo da un bar di Popoli, ma che nelle casse del Comune non erano mai arrivate. Poi erano state estese anche a Turrivalignani e Lettomanoppello e ciò a seguito della denuncia degli amministratori, i quali lamentavano di non aver ricevuto le rendicontazioni periodiche, e soprattutto il mancato versamento dei canoni per il servizio idrico, dei consumi di energia elettrica e degli affitti di alloggi comunali incassati per loro conto da parte della società di riscossione, che si era aggiudicata l’appalto.
Di qui era scattato un procedimento penale che si è concluso in primo grado nel 2020 con una condanna per peculato. Nei giorni scorsi, sulla vicenda si è pronunciata anche la sezione giurisdizionale per la Regione Abruzzo della Corte dei Conti che ha condannato la società in questione, la Sican srl con sede a Scafa attualmente al centro di una procedura di fallimento, al pagamento dell’«ingente» danno erariale, materiale e di disservizio provocato all’incirca tra il 2008 e il 2014, agli enti locali destinatari dei tributi riscossi.
Sul piano della responsabilità amministrativa per danno erariale, i giudici contabili hanno quindi confermato la validità dell’impianto probatorio raccolto dai finanzieri di Popoli nell’operazione “Tax gap”, attraverso intercettazioni telefoniche, pedinamenti, perquisizioni, sequestri, indagini finanziarie che nel maggio del 2015 hanno portato anche all’arresto per peculato di Carlo Di Fiore, ex amministratore della Sican Srl condannato poi nel 2020 a 4 anni e 2 mesi di reclusione dal tribunale collegiale di Pescara. Nei guai era finito anche il suo predecessore, nel frattempo deceduto.
Secondo l’accusa, i soldi, che non finivano ai Comuni, venivano spesi in «beni di lusso, viaggi all’estero e soggiorni in villaggi turistici». Dalle indagini era inoltre emerso che la società di riscossione per un periodo aveva operato «in difetto di licenza autorizzativa». Gli accertamenti dei finanzieri del comando provinciale, attualmente guidati dal colonnello Antonio Caputo, hanno portato alla luce un sistema di frode «articolato» e già testato nel Lazio, dove la Sican srl aveva già aperto una voragine da quasi 2,4 milioni di euro. Erano due, secondo quanto emerso dalle indagini, gli escamotage usati per evitare i versamenti ai Comuni. O venivano lasciate aperte le posizioni contabili dei singoli contribuenti, così da nascondere l’entità degli incassi effettuati e impedire agli enti stessi qualsiasi controllo; oppure, nel rendiconto, i tributi da riversare venivano azzerati da falsi crediti vantati nei confronti dell’ente, documentati sia da fatture già pagate sia da fatture completamente false. Da quanto accertato dalle fiamme gialle, «l’ingente bottino accumulato» non rimaneva a lungo nelle casse della società. Parte del denaro, che doveva essere riversato ai Comuni, veniva fatto transitare sui conti correnti della Sican e drenato con prelievi in contanti o attraverso giroconti o con addebiti su carte di credito.