I VOTI LIQUIDI DEI PARTITI E LE PROPRIETÀ DEI GRILLINI

7 Dicembre 2016

Di chi è il 40.9% ottenuto dal Sì al referendum? E come va distribuito il quasi 60% della coalizione composita che ha ottenuto che la Costituzione non fosse modificata? La tentazione di quasi tutte...

Di chi è il 40.9% ottenuto dal Sì al referendum? E come va distribuito il quasi 60% della coalizione composita che ha ottenuto che la Costituzione non fosse modificata? La tentazione di quasi tutte le parti politiche, a caldo, è stata sostanzialmente identica: appropriarsi dei voti degli italiani come se nessun cittadino avesse votato nel merito della riforma.

L’area politica più vicina al presidente del Consiglio dimissionario ha ritenuto di poter sovrapporre i 13 milioni e mezzo di voti del 4 dicembre agli 11 milioni delle Europee 2014 e di aver dunque ricavato una sorta di impronta potenziale del consenso del Pd alle prossime elezioni. In modo non dissimile, quasi tutte le forze politiche hanno commentato l’esito della consultazione del 4 dicembre come irrimediabile “fine” di Renzi e del renzismo. Entrambe le tesi appaiono viziate da alcuni problemi strutturali speculari. In primo luogo il 25% di chi ha votato Pd alle Europee di due anni fa ha votato No al referendum (dati Youtrend per SkyTg24), ma non possiamo certamente dare per scontato che non voterebbero nuovamente per il Partito democratico in futuro. In modo perfettamente speculare, Renzi ha più volte fatto appello al voto degli elettori che avrebbero dovuto votare Sì nel merito dei contenuti della consultazione, avendo a disposizione le politiche per esprimere il loro voto contrario nei suoi confronti. Sebbene questo flusso di elettori non-renziani non sia bastato a vincere il referendum, è inverosimile che il contenitore del Sì non abbia accolto anche loro ed è altrettanto inverosimile che questi elettori restino ancorati fedelmente ancorati al Pd solo per aver espresso un giudizio di merito su una riforma.

Fa dunque male il Pd a minimizzare la sconfitta preparando la rivincita alle prossime politiche forte di un virtuale 40%, fa altrettanto male il fronte del No a pensare che quei 19 milioni di voti siano definitivamente fuori dalla sfera di influenza del Pd e di Renzi. Oltre a questo ragionamento sui flussi bisognerà farne certamente un altro più prosaico: l’impronta del voto post-referendario può essere al massimo una fotografia parziale dell’esistente, ma sarà destinata a conoscere modifiche sostanziali perché il quadro politico si dovrà adattare a una revisione a questo punto inevitabile della legge elettorale. Sembra pressoché impossibile che l’attuale Italicum passi indenne i prossimi due mesi, tra dibattito parlamentare e sentenza della Corte costituzionale del 24 gennaio. Nei prossimi mesi potremmo assistere ad esempio a un ritorno integrale al proporzionale che potrebbe favorire la frammentazione partitica e che metterebbe in difficoltà il principio del partito a vocazione maggioritaria su cui Renzi ha costruito il suo modello di leadership. La frammentazione potrebbe rimescolare le carte, le appartenenze, le coalizioni, e potrebbe tenere insieme partiti ed elettori che domenica erano su parti opposte della barricata. Neanche una soluzione maggioritaria basterebbe a giustificare la lettura monodimensionale del voto referendario: in un eventuale ballottaggio potrebbe accadere che elettori del No sarebbero disposti a votare Renzi per opporsi a un avversario meno gradito, o che elettori del Sì siano chiamati a dover scegliere tra due leader schierati per il No. In un maggioritario a turno secco, invece, i dissidenti del Pd potrebbero completare la scissione proprio per scongiurare il 40% di Renzi e per potersi sedere al tavolo delle trattative dopo il voto con una maggiore forza contrattuale.

Il quadro è insomma troppo incerto per ricorrere a scorciatoie interpretative. Pare che sia rimasta solo una certezza: i voti slegati dall’appartenenza o dall’affiliazione a organizzazioni partitiche classiche sono destinati a non essere mai proprietà di nessuno. Eppure anche questa regola sembra avere un’eccezione: l’Istituto Cattaneo ha dimostrato che più del 95% degli elettori del M5S alle politiche 2013 ha votato No al referendum. Paradosso: nell’era delle appartenenze liquide, un blog di un comico potrebbe essere stato l’origine di un nuovo partito novecentesco.

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