Il cameriere-regista serve alla Fenice la lirica low cost

Gianmaria Aliverta: «Una produzione per pochi non può costare come un film hollywoodiano»
di Simonetta Zanetti
Dopo le vacanze e i voli, ora tocca alla lirica farsi low cost. E pure un po’ pop. Per sopravvivere e rilanciarsi. L’idea, che per qualcuno rasenterà la blasfemia, è venuta a Gianmaria Aliverta, cameriere-regista piemontese che in questi anni ha cresciuto il suo progetto nei teatrini milanesi dove nel frattempo si è trapiantato, fino ad attirare l’attenzione dei “grandi”: il 6 ottobre debutterà al Malibran - nel calendario della Fenice - trasformando il dittico Poulenc-Janacek, in un’opera unica in salsa noir. Rigorosamente low cost, appunto. «Quando mi ha chiamato il direttore artistico Ortombina dopo aver visto il mio Elisir d’amore su Youtube, un anno fa, non ci credeva che stessi rispondendo da un ristorante di Stresa mentre aspettavo di servire l’ennesima pizza e cappuccino a un tedesco» rivela «certo ho fatto decine di lavori, alzandomi anche alle 4 del mattino, ma ce ne sono tanti come me» si schermisce. Sebbene in questa vicenda ci siano tutti gli ingredienti della favola - lo studente del conservatorio che per sei mesi l’anno fa il cameriere in zone turistiche per guadagnare soldi da investire nelle sue opere - Aliverta non ha nulla del novello Cenerentolo, né del parvenu: esteticamente più Fedez - al netto dei tatuaggi - che Zeffirelli, il 31enne di Nebbiuno, microbico paesino abbarbicato sulle colline piemontesi, è un mix di coraggio, determinazione e sfacciataggine, qualità che con la scusa di un’intervista «la mia associazione Voceallopera nasce con l’obiettivo di diffondere le lirica», gli hanno permesso di avvicinare il tenore di fama internazionale Maxim Mironov dopo che questi si era esibito alla Scala per chiedergli di partecipare a uno dei suoi lavori: «Gli ho spiegato cosa facciamo e gli ho detto che avrei potuto offrirgli al massimo una pizza» racconta prima di infilarsi alla Fenice per visionare alcuni bozzetti per la scenografia «si è unito a noi e alla fine non ha voluto neanche un caffé». Del resto questa è la “tattica” che ha guidato Aliverta quando ha deciso di tentare l’avventura «per dare la possibilità ai giovani “sani” di fare questo lavoro secondo il criterio unico della meritocrazia: audizioni per tutti, niente spettacoli fatti con gli amici, sennò siamo daccapo con le raccomandazioni e si ricade in quegli spettacoli casalinghi che fanno scappare il pubblico perché sembra di stare a carnevale».
L’illuminazione è arrivata durante una tesina al corso di arte scenica, in cui ha scoperto che la regia è molto più di costumi&scene spingendolo a uscire dal solco di una carriera di medio livello segnata da 14 anni come corista nei teatri, «anche se quando il tuo insegnante ti dice che potresti fare l’attore, non ti sta facendo esattamente un complimento» ride. La filosofia è chiara: «Non ha senso aspettare tempi migliori che non credo verranno - dice con lucidità - né piangerci addosso. Dobbiamo provare a farcela con quello che abbiamo a disposizione». Ovvero qualche spicciolo e parecchio talento setacciato accuratamente «dico ai giornalisti e agli amici che non voglio complimenti per compassione, non ci aiutano a crescere».
Il progetto si alimenta con la ricerca di talenti - ha lavorato anche con il soprano bellunese Chiara Isotton -, respira grazie a rimborsi “ridicoli” - 100-200 euro per una settimana di prove -, avvalendosi, di tanto in tanto, di qualche big «alcuni non rispondono, altri dicono che verranno e poi non si fanno vedere, altri ancora accettano e tornano negli anni - dice - oggi, però, alcuni tra quelli che prima ci snobbavano ci cercano». I risultati migliorano di lavoro in lavoro, fino al successo di Martina Franca dove con l’«Incoronazione di Poppea», messa in scena con 4 mila euro, il regista ha conquistato tutti: «La mia Traviata è stile “Grande bellezza” - spiega - nei miei adattamenti ci sono contaminazioni, i vestiti sono più moderni, cosa che ci consente di risparmiare e avvicinare un pubblico più giovane. Lo stesso vale per l’orchestra, non servono 20 archi che stonano perché magari non c’è stato modo di provare abbastanza. In scena ci dev’essere quello che serve e deve aiutare a capire. Una produzione che vedono poche centinaia di persone non può costare quanto un film hollywoodiano che gira il globo e viene visto a distanza di vent’anni». Ed ecco che per incuriosire e coinvolgere la gente, tutta, organizza flash mob in metropolitana «l’opera non può essere appannaggio esclusivo di ricche signore in pelliccia che vanno alla prima della Scala» insiste «i ragazzi che frequentano il conservatorio devono capirlo: i loro sforzi, lo studio e le rinunce non hanno senso se poi nessuno li va a vedere. Ma siamo noi a dover fare qualcosa perché, altrimenti, di questo passo i teatri chiudono». Dal 15 settembre le prove con «veri mostri sacri». Non si torna indietro. Ma Gianmaria sa che la paura è un valore se non ti impedisce di saltare.

