Il caso del giudice Romandini ancora all’esame del Csm

22 Novembre 2016

Nonostante l’archiviazione disposta dalla Procura di Campobasso, sul presidente della Corte d’Assise teatina pende ancora l’azione disciplinare del Pg di Cassazione

ROMA. Al Consiglio superiore della magistratura prevale la cautela come in tutti i casi che scottano. Come quello di Camillo Romandini, presidente della Corte di Assise di Chieti che nel dicembre del 2014 ha assolto gli imputati del processo per le cosiddette discariche dei veleni della Montedison a Bussi. Il magistrato è finito nel mirino per le presunte pressioni esercitate sui giudici popolari in vista della sentenza.

Pressioni rivelate da alcuni articoli di stampa che hanno indotto ad intervenire il ministro della Giustizia e il procuratore generale di Cassazione, titolari dell'azione disciplinare nei confronti delle toghe.

Ma si è mosso anche il Csm, incaricato di verificare se sussistano elementi per mettere in discussione la permanenza a Chieti di Romandini. Lo scorso 4 ottobre la prima commissione di Palazzo dei Marescialli ha deciso di congelare il dossier in attesa delle determinazioni del pg della Corte di Cassazione. Anche perché l'esito delle indagini in sede disciplinare potranno approfondire in maniera più ampia tutti gli aspetti di questo vicenda, che vanno al di là della mera questione della compatibilità ambientale del magistrato.

Il caso insomma non è chiuso. Nonostante, nel frattempo, il procedimento penale, sempre per gli stessi fatti, a carico di Romandini sia finito su un binario morto. A gennaio di quest'anno la procura di Campobasso ne ha disposto l'archiviazione. Dopo che un paio di mesi prima, il capo dell'ufficio giudiziario molisano, Armando D'Alterio aveva vergato un documento di cinquanta pagine - che il Centro ha potuto visionare - in cui sono stati sviscerati i fatti. Con particolare attenzione dedicata all'atteggiamento tenuto dal presidente della Corte di Assise di Chieti nei confronti dei giudici popolari.

A mettere nei guai Romandini un incontro conviviale: una cena, avvenuta il 16 dicembre, tre giorni prima della decisione, assunta in sede giudiziaria, che ha scagionato gli imputati del processo Bussi dalla accusa, pesantissima, di essere responsabili, tra l'altro, del reato di avvelenamento delle acque. Di cosa era stato accusato Romandini? Di aver tentato di condizionare l'esito del processo paventando, principalmente, il rischio di azioni risarcitorie a carico dei componenti della Corte da parte degli imputati nel caso in cui, ad un condanna in primo grado, fosse invece seguita per loro l'assoluzione in sede di appello.

Per la procura di Campobasso la serenità di giudizio dei giudici popolari, al di là dell'ansia e del disagio subito per i discorsi tenuti da Romandini, non ne è risultata turbata. Circostanza questa che sarebbe dimostrata da vari elementi: i giudici popolari vollero infatti studiare le carte del processo non fermandosi alla prospettazione giuridica che ne aveva fatto il magistrato. Ma la prova regina dell'indipendenza di giudizio sarebbe contenuta proprio nella sentenza. Che pure essendo di assoluzione ha riconosciuto la colpevolezza delle condotte degli imputati, salvati dall'altro reato, quello di disastro ambientale solo per l'intervenuta prescrizione.

Insomma gli argomenti usati dal magistrato in quella occasione conviviale non furono in grado di condizionare l'operato della giuria. «L'accaduto» si legge a chiare lettere nella richiesta di archiviazione accolta dal gip «non potè annullare la capacità di autodeterminazione, né l'impegno dei giudici popolari». Quel che venne detto in camera di consiglio prima della sentenza, come votarono i singoli componenti della Corte e in base a quali convincimenti abbiano respinto le pesanti richieste dell'accusa, invece non è dato di sapere, dato l'obbligo di segretezza della seduta. Permeabile alle indiscrezioni di stampa, ma di fronte al quale la procura di Campobasso si è dovuta fermare.

Ma cos'altro dicono le carte? Che oltre all'episodio con la giuria popolare, Romandini fu protagonista di un'altra cena. Questa volta con il presidente della regione Abruzzo Luciano D'Alfonso. Un'interlocuzione, quella che ha riguardato il processo di Bussi, che ha rischiato di costare cara al presidente della Corte di Assise di Chieti: di questa seconda cena hanno riferito al procuratore molisano i pm che sostenevano l'accusa, in particolare Giuseppe Bellelli e Anna Rita Mantini. Che, dopo averne avuto notizia convocarono il governatore nei loro uffici e da lui si fecero confermare le circostanze e i dettagli di quell'incontro, a casa di un amico comune, con il giudice Romandini. In quell'occasione il magistrato aveva espresso le sue valutazioni sulla competenza dei pm e dell'Avvocato generale (che nel processo ha rappresentato il commissario per la bonifica). Ma anche sulla difesa, «particolarmente efficace» degli imputati del processo: apprezzamento che aveva indotto i pm Bellelli e Mantini a riflettere anche sull'opportunità di ricusarlo, ipotesi poi abbandonata.

Ma dalle carte di Campobasso emerge anche altro, in particolare dalla testimonianza dell'ex commissario per la bonifica di Bussi, Adriano Goio, scomparso da pochi mesi. Nella sua audizione di fronte al capo della procura molisano D'Alterio, datata giugno 2015, Goio disse testualmente: «Ho sentito voci che parlavano del fatto che il presidente della Corte di Assise (...) avesse ricevuto del denaro». Voci però di cui ammise di non aver parlato mai con i pm. Ma solo con «l’avvocato Gerardis Cristina, dell’Avvocatura dello Stato che mi rappresentava nel processo». E sulla cui consistenza la procura di Campobasso ha provato ad indagare: l'audizione dei due testi chiamati in causa da Goio come autori della confidenza, però, non è approdata a nulla.

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