Il colpo in gioielleria, parlano i testimoni

13 Aprile 2023

La rapina del 2018 in piazza Salotto. «Mi fermo sempre a guardare gli orologi, vidi una donna col fucile»

PESCARA. Sfilata di testimoni della pubblica accusa in tribunale, per la terza udienza del processo a carico dei quattro presunti responsabili della rapina all’Officina Complicato, avvenuta il 27 dicembre del 2018 nella centralissima piazza Salotto (bottino da circa 120 mila euro di orologi di pregio).
Sul banco degli imputati due pescaresi, Jhonny Di Pietrantonio e suo cugino Kevin Cellini (difesi dall’avvocato Roberto Serino), oltre a due messinesi, Kevin Schepis e Giosuè Barbuscia, che rispondono della rapina a mano armata (i banditi avevano due fucili e uno dei loro era travestito da donna), mentre il quinto imputato, Marco Sciocchetti (difeso da Franco Perolino), deve rispondere di una tentata rapina che sarebbe stata organizzata con Di Pietrantonio e Cellini ai danni di un trasportatore di gioielli nei pressi dell’ingrosso oro “Sodomigliori di Conce srl”. I primi a sfilare davanti al collegio presieduto da Maria Michela Di Fine, alcuni cittadini che avrebbero assistito a quella rapina e alle fasi successive.
«Quando passo di lì mi fermo sempre a guardare gli orologi esposti», ha detto la teste, ancora spaventata nel rivivere quei momenti, «e quella mattina guardai dentro e vidi una donna con un fucile in mano e nel frattempo un’altra persona che correva verso il negozio con indosso un casco e con qualcosa di lungo in mano e una moto che arrivava da via Carducci. Ho capito subito che qualcosa stava succedendo e ho chiamato il 113».
E poi altri tre testi che hanno riferito sul dopo rapina, quando cioè i presunti responsabili lasciarono e bruciarono in via Foscolo le due moto usate per il colpo per darsi alla fuga su altrettante autovetture. Un teste che quel giorno era affacciato al balcone vide le due moto incendiate: «Vidi due persone, una delle quali gettava un liquido sulla moto e poi ho visto due macchine andare via velocemente».
E sempre sulla stessa circostanza due muratori impegnati a lavorare su una impalcatura su via Manzoni, proprio sopra al punto interessato: «Il rumore di quelle moto potenti attirò la nostra attenzione, poi vedemmo del fumo e le fiamme e subito dopo due autovetture uscire dal parcheggio».
E ancora la teste che, il giorno dopo la rapina, portando a spasso il cane con un’amica, vide sul lungofiume, fra i cespugli, un fucile, un casco, una parrucca da donna e una maglietta bruciata. «Solo il giorno dopo, ripassando in quel posto incrociammo un’auto dei carabinieri ai quali raccontammo tutto».
E su quel casco la scientifica di Roma trovò una serie di frammenti di impronte utili a identificare Kevin Schepis. E poi c’è stata la sfilata dei testi della polizia giudiziaria. Si torna in aula il primo giugno. (m.cir.)