Il compleanno di Castro icona che già sconta l’oblio

14 Agosto 2016

Il Líder Maximo e il tramonto del sogno egualitario a Cuba

di DOMENICO PECILE

Fidel Castro, unico leader a essere sopravvissuto alla fine della “guerra fredda”, compie oggi 90 anni. Quello che rimane di un regime ormai al tramonto – sbiadito e smunto come il suo Líder Maximo – si prepara da tempo alla mobilitazione di popolo, liturgia tra le piú care ai regimi comunisti e al loro parossistico desiderio di essere venerati dalle folle.

Il compleanno di Fidel – che il 28 febbraio del 2008 aveva annunciato il ritiro dalla scena politica a favore del fratello Raul – cade a ridosso di due importanti avvenimenti. Due tappe che hanno impresso la svolta definitiva verso il processo di democratizzazione di Cuba e la normalizzazione dei rapporti con Washington: gli incontri del dittatore con Papa Francesco e con Obama. Li cito in ordine di importanza perché è innegabile il ruolo preponderante avuto dalla Chiesa nel lento riavvicinamento cubano ai nemici del capitalismo mondiale di un tempo. Fidel nella sua lunga carriera di dittatore – iniziata quando i “barbudos”, il 2 gennaio del 1959 erano entrati vittoriosi all’Avana decretando la fine del regime di Batista che aveva trasformato Cuba in una succursale a metà tra un postribolo e un granaio da saccheggiare – ha incontrato tre papi: Giovanni Paolo II nel 1996 in Vaticano e due anni dopo a L’Avana, Benedetto XVI sempre all’Avana nel 2012 e papa Bergoglio.

Qualcuno ha letto in quel rigurgito di fede o, perlomeno, in quella disponibilità al dialogo, una sorta di pentimento di Fidel, memore di avere imposto, nel 1961, la chiusura dei collegi religiosi e di avere cacciato da Cuba 131 sacerdoti, tra cui quelli stranieri. In realtà Fidel percepiva anno dopo anno che il sogno egualitario di un modello di sviluppo che facesse di Cuba l’unico esempio di democrazia socialista in mezzo ai governi fantoccio militaristi filo-americani del verminaio politico del centro America stava svanendo. Tra l’altro, con il passare degli anni, i mutati scenari internazionali gli avevano anche tolto lo scettro di leader del terzomondismo. E intanto Cuba galleggiava rassegnata tra repressione feroce, doppia moneta, voglia di liberismo e di libertà. Cuba – e Fidel ne era consapevole – era diventata la quintessenza delle contraddizioni: poteva e può vantare un tasso di scolarizzazione da guiness mondiale e una cintura sanitaria che neppure il welfare europeo raggiunge e nel contempo mettere in mostra sacche di povertà e di emarginazione senza precedenti. Non solo, ma il piú grande paradosso è che il regime di Fidel - che aveva lottato contro l’America rea di aver trasformato l’isola in un enorme sexy shop a disposizione dei gringos - è diventato lo Stato dove il turismo sessuale è voluto, tollerato e incoraggiato.

Ma nel lento disgelo riformista impresso da Raul, ma assecondato dal Líder Maximo, c’è dell’altro che va oltre la solitudine del dittatore. Ed è la sua consapevolezza che mai, senza un minimo ravvedimento, la Storia gli tributerà riconoscimenti. Uno degli incubi dei dittatori è l’oblio che non lascia traccia. E lui, che come compagno d’armi ha avuto “Il comandante” sa che il Che è e rimarrà un’icona leggendaria, perché la morte prematura lo ha messo al riparo da errori e brutalità che avrebbe potuto commettere in seguito. Fidel sa pure che la foto scattata da Alberto Korda ha consegnato soltanto il Che all’immortalità simbolica.

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