Il Corso, 40 anni visti dall’edicola di Mirella

Dalle auto in doppio senso del 1975 all’isola pedonale di oggi: «Bar, cinema e boutique, ora è il deserto»
PESCARA. Da quell’edicola, in piedi sopra a quell’edicola, hanno visto passare Papa Paolo VI lungo corso Umberto. Era il 1977, quando sul corso le macchine circolavano a doppio senso e si poteva pure parcheggiare. Oggi come allora, anche se il marciapiede non ha più le mattonelle rosso scuro, l’edicola di “Mirella” è ancora là, all’angolo con via Cesare Battisti, e i titolari Franco e Mirella Felizzi, la coppia di fidanzati che il 5 settembre del 1975 iniziò quell’avventura come una prova che sarebbe dovuta durare lo spazio di pochi mesi, hanno passato la proprietà alla figlia Fabrizia, ingegnere fisico laureata al Politecnico di Milano che ha deciso di affiancare madre e il padre. Che oggi, dopo quarant’anni di attività iniziata quando avevano 22 e 23 anni su proposta del papà di Mirella Aniceto Mattioli che aveva l’agenzia di distribuzione dei giornali, continuano ad alzarsi tutte le mattine alle cinque e mezza, d’estate e d’inverno. «In passato si apriva alle sei al massimo», racconta Franco, «ma per quello che è rimasto in corso Umberto è inutile venire tanto presto. A parte i pochi titolari dei bar, è un deserto». Ed eccola la mappa di allora, descritta perfino con i rumori di allora. «È vero, l’aria era irrespirabile per il traffico che c’era», racconta Mirella, «ma già alle sei sentivi i rumori dei piattini e delle tazzine del bar Excelsior che stava proprio qui di fronte a noi, con il cinema annesso, e del bar di Tullio Camplone sull’altro lato della strada. C’era chi arrivava con la macchina, si accostava, scendeva a prendere il caffè comprava il giornale e ripartiva». Ma non solo. Il corso che hanno visto cambiare da dentro la loro edicola era pieno di gente e di negozi. «C’erano ancora Sideri, Monti, Paride Albanese, Spring. E poi il cinema San Marco e il cinema Excelsior, per il quale rimanevamo aperti fino a tardi, con Michelino la maschera. E Angiolino Manzo. Il suo negozio di ceramiche d’arte era qui di fronte, al posto dell’ottica Barberini, ed era la base del tifo biancazzurro, con il club che organizzava pullman e trasferte. C’era un movimento indescrivibile», ripete Mirella, «e se penso a com’è adesso all’ora di pranzo e la sera, sembra impossibile». Cambiamenti che non riguardano solo la città (il corso davanti a quell’edicola in questi quarant’anni è passato dal doppio senso al senso unico, fino all’isola pedonale), ma anche gusti e abitudini dei pescaresi, di pari passo con tutto quello che di rivoluzionario è successo, a cominciare da Internet. «Prima vendevamo 500 giornali al giorno, adesso 150», dice Franco, «anche se a fronte delle mille testate, adesso ce ne sono circa seimila: basta vedere i giochi enigmistici: prima c’era solo la Settimana enigmistica e Domenica quiz, ora un espositore intero. E così per i motori e la fotografia, la cucina e tutto il resto». Riviste sempre più settoriali che hanno ulteriormente frazionato le vendite se non cancellato del tutto, come nel caso del porno. «È uno dei settori che ha risentito di più di Internet», va avanti Felizzi, «prima c’era l’angoletto del porno, con riviste tipo Le ore e Playboy e le cassette Vhs a 50mila lire l’una, che avevano comunque una fetta di acquirenti. Adesso è del tutto sparito». Ma sparite sono anche testate storiche come Annabella, il Corriere del Piccoli, La domenica del Corriere, l’edizione abruzzese del Resto del Carlino e del Tempo. Stesso cambiamento nei gusti e nelle proposte per i bambini.
«Le figurine: prima ce n’erano 3, 4, tipi al massimo, adesso fino a 40 tipi, con giochini in busta per ogni età». Ma sono spariti i giovani. «In edicola vengono i bambini accompagnati dai genitori o gli adulti tra i 55 e i 75 anni e tra questi tanti clienti cresciuti con noi», sottolineano Franco e Mirella, «ma i giovani usano solo Internet». E dire che in un passato non troppo lontano c’erano perfino moglie e marito che compravano due copie dello stesso giornale «perché», come rivela Mirella, «non volevano leggere il giornale stropicciato». E a proposito di fissazioni, «c’erano gli appassionati delle enciclopedie che venivano a scegliersi i fascicoli per farli combaciare alla perfezione nella rilegatura, senza contare i collezionisti delle raccolte di santini».
Ma, come raccontano i due edicolanti, alla fine sono sempre i fatti di cronaca a fare la differenza: «Quando è venuto il Papa, quando l’Italia ha vinto i Mondiali nell’82 e nel 2006 i giornali si sono venduti tantissimo, per mesi, come pure alle promozioni del Pescara o quando ci sono i premi della Lotteria Italia. Ma così come sono messe le cose le edicole sono destinate a chiudere», dice Franco, «a meno che, come chiediamo da tempo, si utilizzino per altri servizi. Da noi ora si possono pagare anche le bollette, ma si potrebbe fare molto di più».
«L’unica salvezza è diversificare l’offerta», aggiunge Fabrizia, la nuova titolare che a 34 anni, nonostante tutto, ci crede ancora. Come Franco e Mirella che sorridono di fronte alla foto dell’edicola addobbata con le locandine dell’Espresso. «Era il 1980, con quella E vincemmo un orologio, primo premio del concorso nazionale indetto dal settimanale».
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