Il disastro da doloso a colposo, ma la prescrizione cancella tutto

3 Febbraio 2015

«Nessun rischio per l’esterno, l’inquinamento non esce, non c’è emergenza ma bonifica da risolvere in accordo con le autorità. Occorre non spaventare chi non sa». Era l’appunto manoscritto trovato a...

«Nessun rischio per l’esterno, l’inquinamento non esce, non c’è emergenza ma bonifica da risolvere in accordo con le autorità. Occorre non spaventare chi non sa». Era l’appunto manoscritto trovato a un ex amministratore della Montedison ed esibito, dalla procura, come la prova della consapevolezza del reato. La Corte d’Assise di Chieti ha invece valutato diversamente sia quell’appunto che le email scambiate dagli ex amministratori della Montedison. «Ritiene la Corte», è scritto nelle motivazioni, «che nel caso di specie sia pacificamente da escludersi che la condotta degli imputati sia stata sorretta dal dolo diretto inteso quindi come coscienza e volontà dell’evento di pericolo proprio del reato di avvelenamento. A tale conclusione si giunge agevolmente osservando come non vi era alcuna ragione sotto il profilo dell’interesse personale dei singoli imputati ma anche nell’ottica di una sorta di interesse superiore e unificante estrinsecantesi in direttive date in attuazione della politica di impresa volta a minimizzare i costi per la tutela ambientale». Ancora, i giudici scrivono: «Le condotte degli imputati non denotano affatto una comune e precostituita volontà criminosa, frutto della volontà di occultare lo stato di contaminazione della falda, potendosi al più ritenere che vi sia stata la volontà di rappresentare un quadro della contaminazione del sito dello stabilimento tale da limitare le doverose attività di messa in sicurezza e bonifica».