Il dramma dei malati neurologici «Isolati in casa, famiglie da aiutare»

25 Marzo 2020

Per il professor Stefano Sensi è a rischio anche chi è affetto da Parkinson, Alzheimer e demenza In Abruzzo sono 25mila, vivono in famiglia e non possono godere di soluzioni terapeutiche adeguate

PESCARA. Famiglie chiuse in casa insieme ai loro cari affetti da demenze. Ai tempi del coronavirus la convivenza, già difficile tra persone che stanno in salute, diventa esplosiva quando c’è da accudire un familiare, spesso anziano, con disturbi comportamentali difficili da gestire al di fuori delle strutture sanitarie con le quali i pazienti hanno temporaneamente dovuto interrompere i contatti, visite, consulenze mediche, a causa dell’emergenza in atto. E allora, quali le soluzioni terapeutiche per migliorare la vita di pazienti difficili al di fuori delle strutture e come alleviare il peso delle cure ai familiari?
Sono oltre 25mila in Abruzzo le persone che soffrono di patologie quali il Parkinson, l’Alzheimer e altre tipologie di malattie neurodegenerative. Migliaia, circa 500 l’anno, i pazienti, generalmente tra i 45 e i 95 anni, seguiti dal professor Stefano Sensi, neurologo e responsabile del Centro Asl di riabilitazione cognitiva per le demenze e la demenza di Alzheimer, che ha sede a San Valentino in Abruzzo citeriore.
«In questi giorni assistiamo ad una chiamata alle armi dei medici per quanto riguarda la gestione in prima linea dell’emergenza Covid 19 e, col passare delle settimane», analizza Sensi, professore ordinario di Neurologia all’università D’Annunzio Chieti-Pescara, «incomincia ad emergere il problema della gestione dei pazienti, problematici e largamente sovrapponibili ai più colpiti dai virus, cioè gli anziani affetti da demenza».
Malati «già difficili da gestire in condizioni di normalità», ma in questo contesto emergenziale «lasciati allo sbando». Persone abituate a sentirsi protette nel centro sanitario, con un medico che li visita, che li rassicura e li sostiene psicologicamente, all’improvviso si ritrovano soli con le famiglie disorientate da compiti gravosi.
«Pazienti», chiarisce, pertanto, il professor Sensi, impegnato sul fronte della ricerca nel Centro studi e tecnologie avanzate (Cast) dell’università, «senza la possibilità di accedere a ragionati interventi farmacologici e privi del contatto di chi li conosce e segue all’interno dei centri dei disturbi cognitivi».
Una situazione che diventa «critica, che rischia di far saltare il banco, perché tutto avviene in un contesto in cui anche i caregivers sono sotto pressione per tutte le problematiche legate alla coabitazione coatta di questi tempi».
Allora, che fare? Primo: «Pensare a strutture centralizzate, una per ogni Asl, che, con rimansionamento e rotazione degli esperti in forza ai vari centri per i disturbi cognitivi e delle demenze (Cdcd, 4 nella sola Asl pescarese, 2 ubicate all’interno del presidio ospedaliero di Pescara, una a Città Sant’Angelo e l’altra a San Valentino, ndr) eroghino un numero mirato di visite ambulatoriali per esigenze di routine ma anche di urgenza che, invece, operino a pieno, in remoto con strumenti informatici».
Le videoconferenze «permetterebbero un riscontro visivo del paziente», ma è necessaria anche l’istituzione di «un sistema di visite a domicilio qualora gli strumenti di videochiamata indicassero la necessità di valutazioni cliniche» da fare personalmente. Si dovrebbe inoltre pensare ad una task force di esperti nella gestione della demenza per dare aiuto alle famiglie in difficoltà. Una rete di questa portata permetterebbe «di decongestionare i pronto soccorso anche in tempi di pace». In tempi di emergenza Covid come questi, Sensi suggerisce il monitoraggio delle badanti, «potenziali vettori» di virus perché si spostano da una abitazione all’altra. E propone il «taglio del 10-15% degli stipendi per chi lavora nel comparto statale a favore di un fondo di solidarietà destinato a chi è rimasto a nudo».
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