Il figlio Marco: papà era uomo di Stato, ha lasciato un vuoto

«Ricordo bene mia madre che mi informò della sua morte Se ho fatto l’avvocato lo devo anche un po’ a lui»
PESCARA. Marco Alessandrini, 48 anni, figlio del giudice Emilio, è il sindaco di Pescara. Come afferma lui stesso si è «costruito un corazza» per ricordare il momento più terribile della sua esistenza. Era un bambino di 9 anni ed è stato forse l’ultimo a vedere in vita il padre, prima che un commando armato di Prima linea lo trucidasse.
Quaranta anni fa l’omicidio di suo padre. Che ricordo ha di quei momenti. Come seppe dell’attentato?
«Io ricordo che come spesso mi capitava, tornato a casa da scuola, ero a casa di un mio compagnuccio di scuola a pochi passi dalla mia abitazione. Con mia sorpresa i miei nonni materni mi vennero a prendere. Loro vivevano fuori, era strano. Mi accompagnarono a casa e lì mi venne data la notizia. Me lo disse mia madre. Poi i ricordi diventano confusi, di una casa piena di gente, con le mie zie affettuose. Sabato scorso sono stato sabato a Milano e lì Gerardo D’Ambrosio ha raccontato che quando lui venne a casa nostra, io scappai alla sua vista, non lo volli incontrare. La sua immagine mi ricordava quella di mio padre, perché loro erano molto intimi. Lui abitava poco distante e io ho imparato ad andare in bicicletta nel suo cortile».
In che misura ha inciso la storia di suo padre sulla sua vita e sulla sua attività professionale?
«Diciamo che chiunque perda il genitore in tenera età deve fare i conti con un vuoto. C’è chi lo perde in un incidente sul lavoro o in maniera più visibile, come è accaduto a me. Ricordo che una volta, facevo le medie alla Tinozzi, andammo in visita al Comune, dove un’impiegata con cui stavo parlando mi disse: “Tu da grande farai l’avvocato”. L’ambiente familiare spesso incide. Mio nonno era avvocato e mio padre magistrato».
Ha mai pensato alla carriera in magistratura?
«All’inizio delle idee c’erano, poi la vita prende pieghe diverse. E poi mi ha fatto ridere il fatto che adesso si usa questa espressione di avvocato del popolo, che non mi piace granché. Tony Blair parlò di Lady Diana come principessa del popolo. Io ricordo invece il defensor civis e il defensor civitatis, difensore della città e difensore del cittadino. Gli avvocati hanno da sempre costituito l’ossatura della classe dirigente».
Dal punto di vista della politica, che orientamento aveva Emilio Alessandrini?
«Io penso che lui avrebbe corso il rischio di essere definito una toga rossa, con l’aria che è tirata in questi anni con l’aggressione berlusconiana alle toghe. Comunque, era un riformista».
Ha avuto modo di incontrare qualcuno dei suoi assassini?
«Questo non è avvenuto e non credo che sarà facile possa avvenire. Ricordo che anni fa mi fecero una proposta. Di fare una intervista doppia con Sergio Segio, l’unico rimasto in vita dopo la morte di Marco Donat Cattin. La rifiutai».
Cosa si sente di dire loro? Li ha mai perdonati?
«Non coltivo sentimenti di vendetta, questo no. Però, di qui a parlare con chi ha assassinato mio padre ce ne passa. Personalmente non voglio avere nulla a che fare con questa gente. Non può passare la storia che gli anni Settanta erano un periodo rivoluzionario. Il terrorismo italiano è stato un tentativo di sovvertimento dell’ordine democratico».
Secondo lei, lo Stato fu all’altezza del compito per combattere il terrorismo negli anni di piombo?
«Alla fine lo Stato italiano il terrorismo lo ha sconfitto, è stato debellato. Certo, ci sono stati colpi di coda con l’omicidio Biagi e D’Antona. Negli anni Ottanta è cessata la violenza quotidiana. Le parole di Sandro Pertini, antifascista, fanno riflettere perché il presidente partigiano dice: “Noi abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia, non negli stadi”. Non abbiamo dovuto far ricorso alle leggi straordinarie, di compressione dei diritti civili. Non è così scontato che ciò avvenga, se solo si pensa agli Usa, che dopo l’attacco alle Torri gemelle, hanno risposto al terrorismo con Guantanamo, un carcere speciale con eccezioni rispetto alle regole ordinarie. C’è un’immagine: il 29 gennaio il delitto Alessandrini, il 24 quello di Guido Rossa, quindi Guido Galli il 19 marzo 1980, che era un docente all’Università, al quale hanno sparato dopo una lezione: lui cadde con un codice in mano e questa immagine di uno che cade con un codice in mano è un compendio di quella esperienza».
Che ruolo ebbe la P2 nel delitto di suo padre?
«Mi sembra una ricerca di sensazionalismo. Distinguo due piani: quello dei processi, che si sono esauriti e hanno descritto senza particolari ombre le responsabilità di Prima linea. Poi ci sono gli storici che fanno analisi di contesto. Certo, il delitto Alessandrini favorisce il disegno eversivo della P2, togliendo di mezzo un valido uomo dello Stato, ma da qui a coinvolgerla ce ne vuole. Bisogna trovare le prove».
Oggi, cosa direbbe a un giovane che dovesse essere coinvolto in cellule terroristiche? Il fenomeno è cambiato radicalmente: da quello politico a quello dell’estremismo etnico e religioso. L’Europa ha gli anticorpi per respingere queste nuove forme di terrorismo?
Seguo un po’ la materia. Noi vediamo che il terrore di oggi è parcellizzato, ci sono molte cellule autonome in grado di colpire, ma è un terrorismo che si è radicalizzato in Europa. A Bruxelles, a Parigi, nelle periferie. È importante l’azione di prevenzione delle intelligence. Noi siamo apprezzati a livello mondiale perché abbiamo dovuto acquisire l’esperienza degli anni Settanta. A un ragazzo di oggi direi che la violenza è sempre la risposta sbagliata».
Ha visto il film “La prima linea”?
«Il film lo vidi molti anni fa, esperienza curiosa, con Mario Calabresi (direttore di Repubblica e figlio del commissario Luigi Calabresi, assassinato nel 1972) alle 14.30 in un cinema di Torino. Non mi piacque granché, lo trovai una ricostruzione da telefilm, non mi è parso un grande lavoro di ricostruzione storica. Gli attori interpretavano il terrorista figo e belloccio. La realtà è stata tutta un’altra storia».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

