Il ginecologo Rosati assolto da tutti i reati

20 Novembre 2015

Crolla la tesi contestata dal pm Varone che aveva chiesto 4 anni e 8 mesi per il direttore della Ginecologia di Pescara

PESCARA. «Voglio tornare al mio lavoro, come ho sempre fatto». Con queste semplici parole il professor Maurizio Rosati, direttore dell’unità operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Pescara, ha commentato la sentenza del giudice Maria Michela Di Fine che ieri lo ha assolto da una lunga lista di contestazioni.

Il «fatto non sussiste». Con formula piena il luminare è stato giudicato non colpevole del reato di omissione di atti di ufficio, interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Assolto perché il «fatto non costituisce reato» è invece la decisione sull'ipotesi di peculato che ha visto imputati, in concorso, Rosati e la sua assistente Antonietta Giglio.

Il verdetto di primo grado emesso con giudizio abbreviato è come uno scroscio di acqua fresca su una serie di accuse, originate da un esposto anonimo, che hanno coperto di fango la reputazione del ginecologo originario di Atri. Si comprenderà meglio, dalle motivazioni della sentenza, quali sono state le ragioni che hanno indotto la giudice Di Fine a orientarsi sulla più ampia formula assolutoria. Certo è che nel corso di tutta l’indagine preliminare, incardinata sul lavoro investigativo dei Nas, il professor Rosati ha sempre negato l'esistenza di corsie preferenziali nel suo reparto dell'ospedale pescarese. Ma non è stato facile per l’avvocato Tommaso Marchese, che lo ha assistito nella disavventura giudiziaria, smontare pezzo a pezzo, con una certosina contro-indagine difensiva, tutta la montagna di accuse rivolte al medico. Forse proprio il prestigioso curriculum del professore, che nella sua carriera ha lavorato negli Usa – a New York e Boston – prima di approdare come primario a Trento e poi a Pescara; vincitore, tre anni fa, ad Atlanta, di un premio mondiale come specialista di endometriosi (malattia cronica e complessa, originata dalla parete interna dell’utero) ad attirarsi una valanga di contestazioni da parte dei suoi detrattori locali. Rosati, sin dal suo arrivo a Pescara, ha introdotto un metodo di lavoro nuovo e più rigoroso rispetto alle pratiche ospedaliere del passato, ma questo approccio inedito deve aver complicato il suo percorso professionale. La sentenza è stata letta ieri pomeriggio dopo che in mattinata c'erano state le repliche delle parti. Il pubblico ministero, Gennaro Varone, nella sua requisitoria, aveva chiesto condanne a quattro anni e otto mesi di reclusione per Rosati e a 10 mesi e venti giorni per la Giglio. Il primario era accusato di avere «indotto le sue assistite, che necessitavano di prestazioni ginecologiche, a rivolgersi a lui come medico privato, a garanzia di un rapido scorrere della lista di attesa operatoria, altrimenti impegnata per mesi, se non per anni». Rosati era inoltre accusato di aver «dimesso o fatto dimettere pazienti, bisognose di interventi, che si erano rivolte a medici diversi da lui per visite private, determinando una lista di attesa interminabile, inducendo le donne a rivolgersi a lui quale medico privato o ad altre strutture, con attese che provocavano ingiustificate sofferenze».

La sua assistente era invece accusata di peculato in concorso poiché, a giudizio del pm, il primario «le avrebbe affidato il telefono mobile aziendale, a carico della Asl, affinché ne disponesse come fosse proprio».

Rosati ha sempre negato ogni addebito, rivendicando l'impeccabile organizzazione del reparto che dirige e mettendo in luce che anzi, dopo il suo arrivo, la Ginecologia avrebbe compiuto un notevole salto di qualità. Il giudizio di primo grado gli ha dato ragione su tutta la linea. (f.c.)

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