«Il mio cuore nuovo, ora vivo grazie a un angelo e alleno sempre i ragazzi»

26 Giugno 2022

L’allenatore di calcio e calcetto racconta paura e gioia del trapianto «Quattro anni di inferno: pensavo di morire, poi ho vinto la battaglia»

PESCARA. «Eravamo tutti in campo e stavo parlando con i miei giocatori: d’un tratto, ho cominciato a sentirmi un po’ affannato», racconta Michele Festa, una vita da allenatore sui campi di calcio e calcetto, «pensavo a un po’ di stanchezza, forse un principio di bronchite, niente di troppo preoccupante insomma. Nei giorni successivi, sono andato dal mio medico per farmi visitare e, dopo un po’ di esami, con una scusa per non farmi allarmare, cioè la mancanza di uno strumento, mi dice: “Michele passa al Pronto soccorso che è meglio”. Era il 2015 e noi eravamo primi in classifica: il giorno dopo dovevamo giocare in casa contro l’Avezzano, potevo mancare? Così sono andato alla partita ad Atri, abbiamo vinto 3-1 e il lunedì, con calma, visita all’ospedale. È cominciato tutto da lì». Fino a quel momento, Festa, originario di Napoli e da una vita a Pescara, in panchina da 27 anni – nella scorsa stagione ha allenato l’Under 19 del Pescara Futsal e vinto il campionato nazionale con 5 turni di anticipo –, non ci aveva mai pensato alla fragilità del suo cuore: «E invece quel giorno mi hanno diagnosticato una cardiopatia dilatativa». Tra alti e bassi, entrare e uscire dagli ospedali, «per un paio d’anni sono stato abbastanza bene poi, però, la situazione è peggiorata».
Dal 2018 al 2020, Festa ha avuto un sacco di tempo per pensare alla morte, arrivarci davvero vicino e poi tornare a vivere: da due anni e mezzo, nel petto, ha un cuore nuovo che batte. «Era un venerdì e io ero ricoverato al Sant’Orsola di Bologna, arriva uno specializzando e mi dice: “Signor Festa, da adesso non può mangiare perché più tardi dobbiamo fare una tac a contrasto”. Un po’ mi sono arrabbiato. Poco dopo, torna e mi dice: “Mi scusi per la bugia di prima, ma è arrivato il cuore per lei. Ci vediamo alle 4 in sala operatoria”».
Una frase che non si dimentica, vero?
«Da allora porto sempre al collo una medaglietta con la data, 1° febbraio 2020, un cuore e la scritta “rinascita”. Dal suono di quella voce la mia vita è cambiata totalmente: devo tutto al mio donatore e a quegli angeli sulla terra del Sant’Orsola: non passa giorno che io non li ringrazi».
Ha saputo chi è il suo donatore?
«Non so chi sia. So solo che il mio nuovo cuore è arrivato da Milano: il mio donatore è morto in un incidente stradale. Penso sempre a lui o a lei: ho cercato notizie e articoli di giornale su quell’incidente ma, poi, mi sono fermato. Perché? Quando la notte sei solo con i tuoi pensieri rivivi quei giorni, senti ancora certe voci, provi ancora determinate emozioni. Sapere chi è il donatore potrebbe essere un’arma a doppio taglio: che tipo di rapporto potrebbe nascere con la sua famiglia?».
Dal trapianto sono cambiate le sue giornate?
«Per l’80% faccio una vita quasi normale. I primi 5 anni dall’intervento sono importanti per i controlli continui, sia al cuore che agli altri organi che devono accettare quel cuore nuovo».
E invece, nella testa, è cambiato qualcosa?
«Questo non si riesce a descrivere facilmente: vedo la vita in maniera diversa. È incredibile: un giorno pensi che non possa succederti niente e che sei invincibile, invece, in poco tempo può cambiare tutto e rischi di morire. Adesso, ancora di più, mi godo la famiglia, minuto per minuto, e penso alle cose davvero importanti».
Ha avuto paura di morire?
«Prima che mi impiantassero un cuore meccanico che ho portato per 6 mesi, avevo mollato: non avevo più la forza di combattere e avevo scritto anche dei messaggi di addio agli amici più cari perché sentivo che stava per finire tutto. I miei amici, però, hanno preso la macchina e sono venuti a trovarmi a Bologna per incoraggiarmi ed è stato bello. Dopo il trapianto, invece, avevo un mio obiettivo: tornare a casa il prima possibile. Per esempio, quando nel fine settimana non c’era il fisioterapista per la riabilitazione, continuavo lo stesso da solo: volevo farcela».
E la sua famiglia?
«Ho due figli, Lorenzo di 24 anni e Anastasia di 19: sono davvero orgoglioso di questi ragazzi. In questi ultimi 4 anni ho passato più tempo in ospedale che a casa, comprese le feste, e loro, nonostante questa situazione, hanno trovato uno stimolo in più per impegnarsi dimostrando tanta maturità. Certo, all’inizio, la paura è stata tanta. Mia moglie Annalisa mi è stata vicino ogni secondo: mentre io ho vissuto tutto fisicamente, lei ha sopportato tutto emotivamente e in silenzio perché non poteva farsi vedere in crisi da me. La ringrazio. Però, mia moglie sa bene una cosa: non riuscirà a tenermi lontano dai campi di calcio. Quando ci siamo conosciuti le ho detto: puoi togliermi tutto ma non il calcio perché, a 100 anni, io morirò sul campo».
Prima di ricevere il cuore, era favorevole alla donazione degli organi o non ci pensava?
«Non ci avevo mai pensato che sarebbe potuta accadere una cosa del genere proprio a me. Un trapianto? Avevo 45 anni e, fino al 2015, non avevo mai avuto un problema di salute. E pensare che di visite mediche nella mia carriera sportiva ne avevo fatte tante, mica una».
Ora, lei lancia messaggi positivi perché, dice, la cultura della donazione è vita.
«Ogni giorno ringrazio il mio angelo donatore: il 1° febbraio, festeggio la nuova vita ma altri piangono la morte di una persona cara. Non bisogna mai dimenticare le due facce di questa stessa medaglia».
C’è una cosa che faceva prima e che adesso non fa più?
«In partita sono sempre stato uno, diciamo così, energico, uno che sente la tensione mentre ora cerco di stare un po’ più tranquillo».
Lei allena i ragazzi: cosa vede negli occhi dei giovani?
«A volte un po’ di menefreghismo, li sento un po’ abbandonati a loro stessi: troppa tecnologia e troppa libertà non sono positive. Ma lo sport è importante perché toglie i ragazzi dalla strada e li forma. In tanti, vedo l’impegno, la partecipazione, la condivisione. È importante ascoltare i ragazzi: noi siamo educatori e dobbiamo insegnargli anche la vita e non solo come si gioca a pallone. Lo sport è la miglior medicina e lo dico io che prendo 18 pillole salva-vita al giorno: quell’ora di sport, per me, vale quanto quei farmaci».