Il primo guarito: «Il virus si può vincere, ma quanto odio sui social»

PESCARA. «Dal coronavirus si può guarire. Dobbiamo avere fiducia, rispettare tutte le indicazioni che ci danno. Alla fine ce la possiamo fare». È il messaggio di speranza e di positività che giunge...
PESCARA. «Dal coronavirus si può guarire. Dobbiamo avere fiducia, rispettare tutte le indicazioni che ci danno. Alla fine ce la possiamo fare». È il messaggio di speranza e di positività che giunge in giorni dove la paura del contagio da Covid-19 aumenta insieme al numero dei casi che colpiscono la nostra regione. A illuminare questo tunnel fatto di isolamento e di timori è Alfonso Ardizzi, primo ricovero nell'ospedale di Pescara proprio per l'infezione, ma anche primo a essere guarito. Dopo 12 giorni nel reparto di Malattie infettive del Santo Spirito di Pescara, diretto dal professor Giustino Parruti, Ardizzi è potuto tornare a casa, portando con sé una dose di ottimismo, ma anche una punta di amarezza a causa degli haters che si sono scagliati contro di lui, solo per aver contratto il virus.
LA SCOPERTA «Sono stato prima in Liguria per tenere da docente un corso di formazione sulla sicurezza vicino a La Spezia per alcuni dipendenti portuali, e poi in Veneto con i ragazzi del soccorso alpino», racconta Ardizzi, agente di commercio di 48 anni, membro dal 1996 del soccorso alpino e speleologico. É domenica 23 febbraio e l'uomo, di Teramo, che da circa 15 anni vive con la moglie a San Giovanni Teatino, comincia il suo viaggio di ritorno. «Mi sentivo malissimo, tremavo e avevo freddo», ricorda, «tanto che mi sono dovuto fermare più volte nel tragitto». Giunto a casa, scopre di avere la febbre a 39,5 e così immediatamente cerca di tenere lontano sua moglie. «Poiché in quei giorni si parlava già di coronavirus, ho avvertito il medico, ma in un primo momento, non essendoci sintomi respiratori, abbiamo pensato fosse un'influenza stagionale particolarmente forte. Passati cinque giorni di rigoroso isolamento, stando attentissimo anche a mantenere le distanze con sua moglie, Ardizzi, non vedendo abbassarsi la temperatura nemmeno con i farmaci, decide di rivolgersi al pronto soccorso di Pescara.
IL RICOVERO «L'operatrice», afferma, «è stata bravissima e ha subito capito che poteva davvero trattarsi di coronavirus, così mi ha sottoposto al tampone. Ho atteso i risultati in una stanza in isolamento, dove mi hanno assistito due infermieri». La positività del tampone, a cui è stata poi sottoposta la moglie, risultata sempre negativa, fa scattare immediatamente il ricovero nel reparto Malattie infettive. «Per fortuna sono sempre riuscito a respirare in maniera autonoma», prosegue il consigliere nazionale del Cnsas (Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico), di cui è anche vice presidente regionale. «Le cure sono state aggressive, ma gli operatori mi avevano avvisato. Ci sono stati giorni in cui non riuscivo nemmeno ad alzarmi dal letto e questo mi ha spaventato molto».
SANITARI ATTENTISSIMI «Intorno ho avuto medici e infermieri bravissimi, che mi hanno sempre rassicurato. Ricordo che un giorno il professor Parruti, che non si allontana mai dal reparto, si è seduto al mio fianco e ha cercato di rincuorarmi. Il suo team è meraviglioso e siamo davvero fortunati a Pescara ad avere una squadra di questo genere. Ho visto in questi 12 giorni la stanchezza segnare i loro volti, sempre coperti dai dispositivi di sicurezza. Ho seguito l'evolversi della situazione in tv, ma negli ultimi giorni ho cominciato a sentire i medici e gli infermieri nel reparto che correvano e così ho capito che stavano aumentando anche i ricoveri».
GLI HATERS A dare supporto psicologico ad Ardizzi sono stati anche i tanti volontari e medici del soccorso alpino speleologico che hanno tempestato di telefonate e di messaggi l'uomo. «Quello che mi ha fatto più male», confessa, «è stato il leggere sui social commenti di odio nei miei confronti, da sconosciuti, che mi accusavano di essere un criminale solo per aver contratto il virus. Ovviamente non mi riconoscevo assolutamente in quelle parole, tanto più che nel soccorso alpino ho spesso messo la mia vita a rischio per salvare quella degli altri». Ardizzi, infatti, in tanti anni da volontario ha partecipato alla gestione di moltissime emergenze, come quelle dei terremoti dell'Aquila e di Amatrice, ma anche quella neve di Teramo. «Stando attento, sono riuscito anche a non infettare mia moglie, proprio rispettando tutte le misure necessarie. Abbiamo vissuto per 5 giorni da separati in casa, tenendo ben differenziate stoviglie e utensili di ogni genere e stando lontani. Tutto questo dimostra che seguendo alla lettera tutto ciò che ci dicono, rimanendo in casa e non affollandoci, riuscire a sconfiggere questo virus è possibile».

