Il sollievo di chi è in trincea da mesi

28 Dicembre 2020

«Da marzo siamo a contatto con la morte, ora abbiamo un’arma contro il virus»

PESCARA. «Speriamo che sia l’inizio della fine di un incubo. Senza la protezione vaccinale abbiamo camminato per mesi su un campo minato, ora affrontiamo il nemico con uno scudo in mano. Credo nella scienza e vaccinarsi è un atto di responsabilità nei confronti della collettività». Licia Mazzone, 45 anni, pescarese, originaria di Terlizzi (Bari), in forze nel reparto di Rianimazione dell'ospedale di Pescara da 21 anni, è una delle infermiere professionali che ieri a Teramo si è vaccinata con i colleghi Giusy Borgia, Benedetta Di Clemente, Irma Torriero, Domenico Todaro e gli Oss Andrea Sacco e Matilde Frattarola. Con loro anche una schiera di biologi, autisti, veterinari della Asl. Racconta Mazzone che quando ha ricevuto la proposta di fare il vaccino anti Covid «non ho esitato neppure per un attimo» anche se, ammette, «la paura è stata tantissima». Quando è arrivato il suo turno si è tolta la giacca, «ho offerto il braccio, ma le gambe mi tremavano e nei occhi si leggeva ansia». Poi, però, è prevalso il ricordo di mesi difficili trascorsi in corsia, bardati come astronauti con tute bianche e mascherine che lasciano scoperti solo gli occhi, a cercare di sopravvivere: «Siamo visi di plastica disarmati di fronte al virus, anche un piccolo errore nella vestizione e nella svestizione potrebbe essere la fine per noi». Si riconoscono solo perché dietro le spalle scrivono nomi e identità con i pennarelli colorati. «È stata ed è una lotta contro un nemico invisibile, ma nessuno è invincibile», riflette la madre di due figli di 14 e 16 anni, «il timore è stato riportare il virus a casa, in famiglia. Vaccinarsi è un atto di responsabilità verso i nostri cari, i malati, la collettività. Ecco perché è importante che noi che siamo a stretto contatto con i pazienti non ci si ammali. Da domani avrò un’arma in più per combattere, sento una maggiore leggerezza anche se non è ancora il momento di abbassare la guardia».
«Chissà se funziona il vaccino, me lo sono chiesto sì», si sfoga Mazzone, «ma ho fiducia nella scienza, voglio tornare ad abbracciare i miei figli con la speranza che il virus arresti la sua corsa. Da marzo siamo a contatto con la morte, camminando su campi minati».
«La più grande sofferenza», rivela l'infermiera, «è vedere le persone morire da sole. In quegli ultimi istanti la loro famiglia siamo noi. Per chi resiste, ci sono i telefonini per chiamare padri, madri, figli, persone che quando si risvegliano dai momenti critici si guardano intorno impauriti, i nostri occhi dietro le tute sono l’unica luce a illuminare i loro animi». La domanda più ricorrente, rivela Mazzone, è quella dei familiari dei malati «che ci chiedono sempre, il mio caro ha sofferto?».
Irene Rosini, presidente dell'Ordine degli infermieri di Pescara e coordinatore infermieristico della Terapia intensiva (direttore Rosamaria Zocaro, responsabile Antonella Frattari) Covid e no Covid, rassicura le famiglie: «La dignità di ogni paziente viene rispettata fino alla fine, nessuno viene mai lasciato solo fino all’ultimo istante. Straziante è», prosegue Rosini, «assistere a quell’ultima chiamata tra familiari e pazienti intubati che soffrono tantissimo. Tu sei lì, tra loro, estraneo che entri di prepotenza nelle loro vite. In quel momento però diventi padre, madre, figlio. Il nostro compito è incoraggiare e dare conforto. Il Covid ci ha distrutti, ci ha cambiati, la seconda ondata ci ha fatto più paura della prima. Tra colleghi ci confidiamo», confessa Rosini, «ci consoliamo, piangiamo, non dormiamo più perché queste storie ci entrano dentro e non ci lasciano quando finiamo il turno. Al dolore e alla morte non ci si abitua mai. Questo virus ci ha privati di tutto, ora vogliamo tornare ad abbracciare i nostri cari». (c.co.)