Pescara

In pensione dopo 40 anni, il questore Solimene saluta Pescara: “Città bella come Tel Aviv”

27 Maggio 2026

Carlo Solimene lascia la polizia dopo 40 anni e si racconta al Centro: “Felice di essere stato qui, mi mancherà la gente”. E poi: «Profondamente colpito dal caso Crox, violenza inaspettata»

PESCARA. «Ero tornato a Napoli per un giorno quando mi hanno chiamato per quel povero ragazzo, Crox. Sono salito subito sulla macchina di mia moglie, una Panda, e sono tornato a Pescara. Avrò fuso la macchina». Questo è il questore Carlo Solimene. Ma Solimene è anche il questore che la notte in cui andava a fuoco una palazzina popolare in via Caduti per Servizio è piombato nel cuore di Fontanelle per vedere con i suoi occhi quella realtà, o quello che durate una corsa in piazza Salotto si è fermato a prestare aiuto a una donna. «Mi piace osservare, ascoltare e capire direttamente cosa succede nei quartieri. Vado ovunque, anche nelle zone considerate più difficili. Io vengo da Napoli, ho lavorato dieci anni alla squadra mobile e ho visto realtà molto più complesse. Per questo considero Pescara una città vivibile e con enormi potenzialità. Una città che per me sembra Tel Aviv nella sua morfologia». Originario di Napoli, Solimene è arrivato alla guida della questura pescarese il 1° febbraio 2024: dopo 28 mesi, più di due anni, Solimene passerà il testimone il prossimo 1° giugno a Francesco Rattà. «Ci conosciamo da tanto, già ci siamo sentiti al telefono».

Dopo 40 anni con la divisa della polizia – una scelta che la famiglia non ha subito accettato – Solimene va in congedo a 63 anni. «Potevo fare una vita normale, ma mi piace essere in prima linea. Quasi quarant’anni in polizia ti insegnano che questo mestiere non è un lavoro normale: è una missione». E a Pescara Solimene è stato il questore tra la gente: quello della corsetta mattutina sul lungomare – «ormai lo sanno tutti, faccio quasi 12 chilometri al giorno, mi salutano di continuo» –, quello innamorato del Pescara Calcio ma che tifa anche il Napoli, quello che si sveglia alle 3.38 ogni notte «e scrivo su un foglietto un appunto su quello che farò il giorno dopo». Un lavoro che ha dovuto fare i conti con la famiglia. «Sono stato poco presente con i miei figli», dice Solimene che nel suo ufficio ha esposte le foto Achille, oggi cardiologo, e Ottavio, laureato in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche. E l’amore per Maria Pia Rossi, oggi a capo della Polizia stradale di Napoli, è nato proprio sul lavoro.

Questore Solimene, ultimi giorni in questura a Pescara. Poi che farà?

«So per certo che continuerò a fare il mio sport preferito, magari adesso scierò un po’ di più, sono di Rivisondoli ma da quando sto a Pescara ho fatto solo due sciate, farò sicuramente qualcosa di importante».

Cosa le mancherà di più di Pescara?

«Mi mancherà la gente. Mi mancherà il rapporto umano costruito ogni giorno per strada, con i cittadini, i commercianti, i volontari, le associazioni e i sacerdoti del territorio. Mi mancherà anche la mia squadra: uomini e donne che hanno lavorato con grande dedizione. Credo molto nella disciplina costruttiva e nel valore del gruppo. Un buon leader deve aiutare tutti a crescere».

Quando ha saputo che sarebbe diventato questore di Pescara, che cosa ha pensato?

«Ero felice, una città che mi è piaciuta. Una volta mi dissero “Carlo si è attaccato a Pescara come una cozza”. E io dissi che era vero, per me fu un complimento».

Quali sono state le soddisfazioni più grandi del suo mandato?

«Sicuramente la vicinanza della popolazione e il lavoro fatto sulla sicurezza. Abbiamo avviato numerosi controlli sul territorio, chiuso locali irregolari, rafforzato il presidio nelle aree più delicate e sviluppato progetti come “Legalità on the road 2.0”, portando la polizia anche nei piccoli comuni della provincia. Ho lavorato h24, senza risparmiarmi mai: sabati, domeniche, Natale, Capodanno. Abbiamo migliorato molti servizi: passaporti più rapidi, prenotazioni online per evitare le file, maggior controllo del territorio, sequestri importanti e attività investigative incisive. Essere nominato cittadino onorario da diversi comuni dell’entroterra abruzzese è stata una grande emozione».

Crox, Zappone e gli ultimi disordini allo stadio. Sono alcuni dei fatti più violenti accaduti con lei questore. Quale lo ha colpito di più?

«Il caso Crox mi ha profondamente colpito. Una violenza così grave commessa da ragazzi così giovani non me l’aspettavo in una città come Pescara».

Uno dei temi su cui ha insistito di più è stato quello della tutela delle fasce deboli.

«Per me è stato centrale. Abbiamo lavorato molto sui codici rossi, sulle violenze domestiche e di genere, sugli ammonimenti e sui divieti di avvicinamento. Vedere donne che trovano il coraggio di denunciare è dura. La sicurezza non è solo repressione del crimine, ma anche protezione delle persone più fragili».

Nei suoi discorsi in pubblico ha sempre messo al primo posto la squadra. Quanto conta il gruppo?

«Conta tantissimo. Ho avuto ragazzi straordinari. In ogni squadra c’è chi è più forte e chi ha più difficoltà, ma il compito di chi guida è creare un effetto di trascinamento positivo. Credo nella disciplina costruttiva: il procedimento disciplinare deve essere l’ultima soluzione. Mi fa piacere poter dire di non averne mai dovuti aprire contro i miei funzionari».

Oggi però nelle questure manca personale.

«Sì, ed è un problema nazionale. Molti appartenenti alle forze dell’ordine stanno andando in pensione e per anni c’è stato un blocco dei concorsi. Quel vuoto oggi pesa tantissimo».

Dopo 40 anni il congedo, ma perché la divisa?

«Per passione. Mio padre lavorava alla Banca d’Italia, mio fratello è professore universitario di ingegneria e anche mio nonno era ingegnere. Nessuno in famiglia aveva una tradizione nelle forze dell’ordine. Scelsi la polizia per passione. I miei genitori la presero molto male, soprattutto mio padre, anche perché aveva vissuto direttamente anni difficili segnati dal terrorismo e dagli omicidi di magistrati e poliziotti. Temeva per la mia vita».

E lei ha mai avuto paura per la sua incolumità?

«No, probabilmente perché sono molto istintivo. Ho sempre scelto incarichi operativi: volante, antiterrorismo, Squadra Mobile, cattura dei latitanti. Mi è sempre piaciuta la prima linea».

Ma come ha coniugato il suo lavoro con famiglia e i figli?

«Dal 2001 vivo lontano da casa. Ho perso compleanni, comunioni, momenti importanti della crescita dei miei figli. Mia moglie ha sostenuto gran parte del peso familiare. Con i miei figli ho un buon rapporto, ma so bene che il lavoro mi ha portato via tanto tempo dalla famiglia. È il prezzo che spesso paga chi sceglie una vita totalmente dedicata al servizio. Ho capito che questo lavoro richiede presenza costante. Un anno andai in vacanza ad agosto e successe di tutto. Lì ho capito che Pescara non la puoi lasciare mai un attimo».