wushu

Alberto Di Muzio si racconta: «Io, primo occidentale in una famiglia marziale. A Chieti i segreti cinesi»

2 Agosto 2026

Il viaggio del giovane teatino: «Ho avuto accesso a contenuti tecnici riservati. Ora i nostri atleti potranno avvicinarsi a una tradizione autentica»

CHIETI. Non è stato un semplice viaggio di studio, ma l’ingresso ufficiale in una delle più antiche famiglie del Wushu tradizionale cinese. Alberto Di Muzio, 41 anni, maestro teatino e fondatore dell’Asd ShaoYing Teate Wushu, è stato accolto nella famiglia Ma attraverso la cerimonia del Baishi, il rito con cui un allievo diventa discepolo del maestro ed entra nella sua discendenza marziale. Un riconoscimento raro, che porta Chieti dentro una linea di trasmissione rimasta per secoli quasi esclusivamente cinese.

Di Muzio, che cosa significa essere entrato nella famiglia Ma?

«Significa essere stato riconosciuto non soltanto come allievo, ma come membro di una famiglia marziale. Nella cultura cinese il Baishi non è un esame e non è la consegna di un diploma. È un rito che crea un legame umano e morale tra maestro e discepolo. Da quel momento si assume il dovere di custodire gli insegnamenti ricevuti e di trasmetterli senza alterarli».

Perché questo riconoscimento è così importante?

«La famiglia Ma conserva da generazioni un patrimonio che comprende il Ma Tongbei, il Fanziquan, il Piguaquan, il Chuojiao e il Bajiquan. Sono stili tradizionali che uniscono tecnica, storia e cultura. Secondo quanto mi è stato riferito, nessun occidentale era mai stato accolto ufficialmente in questa linea e aveva avuto accesso ad alcuni contenuti tecnici riservati».

Quali sono le figure di riferimento della famiglia?

«Il punto centrale è il maestro Ma Mingda, discendente del gran maestro Ma Fengtu e uno dei maggiori studiosi contemporanei delle arti marziali cinesi. È stato non soltanto un grande praticante, ma anche uno storico e un ricercatore. Oggi la tradizione viene portata avanti anche dal figlio, il maestro Ma Lianzhen».

Come si è svolta la cerimonia?

«È stata celebrata secondo l’antica tradizione. Erano presenti altri praticanti selezionati, tutti cinesi, che da quel momento sono diventati miei fratelli marziali. È stato un momento molto forte, perché ho compreso che non ero più considerato soltanto un allievo europeo, ma parte di una discendenza con responsabilità precise».

Il suo percorso è iniziato molto presto.

«Avevo sei anni quando ho cominciato a praticare e da allora non ho mai smesso. Ho partecipato a competizioni nazionali e internazionali e nel 2017 ho conquistato il terzo posto ai campionati mondiali di Wushu Kung Fu tradizionale di Emeishan, in Cina. Successivamente ho continuato a gareggiare nelle categorie senior e maestri e sono diventato giudice europeo di gara di grado B».

Che cosa cambierà ora per la scuola di Chieti?

«Si apre una possibilità straordinaria. La nostra associazione, affiliata alla Federazione italiana Wushu Kung Fu e allo Csen, si allena nella scuola primaria del comprensivo 2 di Madonna del Freddo. Il rapporto diretto con la famiglia Ma permetterà agli allievi di avvicinarsi a una tradizione autentica, conservata dai suoi depositari. Chieti diventa così un punto di riferimento raro, non soltanto in Italia».

Con lei sono partiti anche due allievi.

«Eugenio Di Santo e Gabriele Rabottini hanno potuto allenarsi in Cina e approfondire i rispettivi programmi di studio. Sono entrambi vincitori della Coppa Italia Fiwuk di Wushu tradizionale nelle loro categorie. L’obiettivo è costruire un gruppo accademico compatto e preparato, capace non soltanto di ottenere risultati sportivi, ma anche di trasmettere questa cultura».

Durante la cerimonia è arrivato anche un omaggio da Chieti.

«Abbiamo consegnato due ritratti realizzati dall’artista teatina Cristina Di Felice partendo da una fotografia di famiglia del 1992. Nello scatto erano presenti i discendenti del gran maestro Ma Fengtu, tra cui Ma Xianda, fratello di Ma Mingda e maestro di Jet Li. Le opere sono state accolte con commozione».

Che cosa porta a casa da questa esperienza?

«Soprattutto un senso di responsabilità. Il Kung Fu tradizionale non è soltanto sport: è cultura, disciplina, identità e memoria. Essere entrato nella famiglia Ma significa impegnarmi a custodire questo patrimonio e a trasmetterlo alle nuove generazioni. Farlo partendo da Chieti è motivo di grande orgoglio».

@RIPRODUZIONE RISERVATA