«Io, in viaggio da 7 anni cerco una vita migliore»

29 Marzo 2023

L’odissea di un 22enne somalo, orfano che ha trascorso un periodo in carcere in Libia L’ivoriano Drissa vuole riabbracciare presto la moglie e la figlia in Italia da tempo

ORTONA. Smarriti. Stanchi. Spaventati. Appaiono così i volti dei migranti sbarcati nel porto di Ortona. Per quelle 161 anime da ieri è iniziata una nuova vita. Dietro ai visi, tante, tantissime storie. Testimonianze di mamme, di papà, di nonni ma soprattutto di bambini. Che hanno trascorso giorni in mare, rischiando la vita, pur di abbracciare ed accogliere uno spiraglio di futuro.
HAWA, IL MARE
LA MIA SALVEZZA
«Ho 28 anni e una bambina di 8. Sono cresciuta in Liberia, orfana di madre. Poi lo sono diventata io stessa. È stato con un compagno di scuola, che però non ha voluto mai sposarmi. Io però ero felice di essere mamma, ma ho dovuto interrompere gli studi per accudire la bambina. Lavoravo in un negozio, ma la vita era davvero troppo dura. Ho aspettato e per anni messo i soldi da parte. Quando la bimba aveva oramai 5 anni, siamo andate insieme in Libia. Speravo di trovare il paradiso, ed invece», vengono i brividi ad ascoltare queste parole. La vita dei migranti raccontata da loro stessi ha tutto un altro sapore. Ancora più amaro. «Ci ho passato tre anni», riprende il discorso la ragazza, «facendo le pulizie a casa di una signora. Mi pagavano e mi hanno trattata bene. Però per strada sentivamo spari ovunque, spesso le persone che conoscevo sparivano, poi venivo a sapere che erano state catturate dalla polizia e che erano state torturate in prigione. Avevo troppa paura che potesse accadere anche a me e alla mia bimba. Ci ho pensato a lungo e poi mi sono fatta coraggio. Il mare mi terrorizzava ma sapevo che qui avrei trovato la sicurezza che non ho mai provato in vita mia».
SETTE ANNI IN CERCA
DI UNA VITA MIGLIORE
Toure, è un ragazzo somalo, orfano e che ha vissuto per 5 anni le violenze del carcere in Libia. A raccontare quest’altra drammatica storia Yohannes Ghebray, mediatore culturale a bordo della Life Support: «Questo ragazzo,ha perso entrambi i genitori a seguito di un attacco del gruppo terroristico quando aveva appena 15 anni. Da allora ha cominciato a vagare, adesso ne ha 22, quindi sono 7 anni che sta viaggiando in cerca di una vita migliore, cinque dei quali passati in un campo di detenzione in Libia dove ha subìto violenze di ogni genere. Per un ragazzo normale dai 15 ai 22 anni si studia, si va all'Università, si cerca un lavoro, questo ragazzo, invece, ha passato i migliori anni della sua vita in un inferno».
VOGLIO RIABBRACCIARE
MIA FIGLIA
A bordo della Life Support anche Drissa, un uomo di 39 anni della Costa d’Avorio. «Sono sposato con Armanne dal 2019, l’anno in cui sono arrivato in Tunisia abbiamo avuto la piccola M. che adesso ha un anno e 3 mesi. Erano molti anni che pensavo di lasciare il mio Paese di origine, un uomo a 30 anni deve essere sposato ed avere almeno 3 figli. Il mio problema non era tanto sposarmi, perché essendo un uomo non avrei avuto difficoltà a sposarmi per amore. Provengo dalla zona settentrionale della Costa d’Avorio, dove la percentuale di mutilazioni genitali femminili è veramente alta», racconta. E prosegue: «Cosa avrei dovuto fare? Sposarmi e sperare di avere solo figli maschi? Ad un certo punto non potevo più scegliere se sposarmi o meno, perché i miei familiari mi hanno iniziato a minacciare con la magia nera. Nel 2019 mi sono trovato costretto ad andarmene, ho viaggiato e mi sono fermato in Tunisia. Poi alla fine mi sono sposato e ho avuto una bambina. Quasi da subito sono venuto a conoscenza dell’Unione Ivoriani in Tunisia (ci mostra la tessera). E mi sono subito tesserato. Ero un membro molto attivo nell’associazione, ero il delegato del mio quartiere. Mappavamo i servizi utili agli ivoriani presenti sul territorio, aiutavamo a trovare lavoro o casa, e ci riunivamo spesso. Non ricordo quando, ma ho iniziato ad esser fermato per strada dai locali, mi chiedevano se fossi un terrorista e se stessi organizzando un attentato con le persone con cui mi riunivo».
«Finché una sera», conclude, «rientrando a casa, non sono stato fermato da un gruppo di una quindicina di persone. Prima hanno iniziato a provocarmi, poi a picchiarmi, hanno rotto delle bottiglie di vetro e mi hanno colpito sulla schiena (ha segni evidenti di tortura sulla schiena ndr). Ho deciso di far partire subito mia moglie con la nostra M. ora sono in Italia e hanno da poco ottenuto la protezione sussidiaria. Non vedo l’ora di stringerle».
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