«Io, infermiera in Togo per salvare i bimbi»

22 Aprile 2016

La pescarese Chiara Razzi Di Nunzio, 28 anni racconta le sue giornate nella missione africana

PESCARA. C’è un angolo di mondo dove capita di vedere intere famiglie musulmane partecipare alla grande festa per l’inaugurazione di una chiesa cattolica, molti addirittura indossando le magliette celebrative. Un piccolo miracolo di convivenza civile e amicizia nel quale ha un ruolo da protagonista Chiara Razzi Di Nunzio, 28enne infermiera professionale di Pescara, che da gennaio 2014 vive ad Amakpapé, in Togo, 80 chilometri a Nord della capitale Lomé, lungo la strada che dall’oceano porta nel cuore del Continente nero.

«È stata davvero una bella festa, con tanta gente arrivata dai villaggi più sperduti, abbiamo finito che era quasi buio. C’erano molte autorità, anche il primo ministro (Komi Sélom Klassou) che è cristiano, e molti suoi notabili che non lo sono. Ma è stato bello soprattutto», racconta Chiara al telefono non senza un percettibile velo di commozione, «vedere tanti bambini che indossavano orgogliosi le magliette celebrative della nuova chiesa (intitolata a Gesù Misericordioso). Sono in gran parte gli alunni della nostra scuola e tutti, senza distinzione di ceto o religione, sono accolti nella nostra infermeria. In molti casi sono stati loro, compresi i figli del mullah, a “portare” le famiglie alla festa».

Nata a Pescara (Santa Filomena), Chiara ha trascorso l’infanzia con la mamma Antonella, fisioterapista alla Asl. Nella parrocchia di via Dalla Chiesa conosce il parrocco dell’epoca, un prete missionario che si rivela fondamentale per la sua formazione.

Chiara è affascinata dai racconti delle missioni in Brasile e Albania, storie di vita intrisa di sofferenze, povertà, fatiche e malattie ma anche speranza, generosità. Un mondo tanto diverso da quello allegro, luccicante dei discorsi tra adolescenti o dei serial Tv. Negli anni del liceo inizia a cercare contatti con le associazioni.

«Pensavo al volontariato come alternativa alle vacanze, attività di breve periodo, anche se ero già interessata ad approfondire il rapporto con le altre culture. Per questo ho scelto la facoltà di Lingue e civiltà Orientali alla Sapienza», racconta dalla sua capanna nel cuore dell'Africa Subsahariana, dove si ritira alla fine di ogni lunga giornata di lavoro in infermeria, «ma dopo le prime esperienze ho deciso che bisognava fare qualcosa di più concreto, perciò appena laureata mi sono iscritta a scienze infermieristiche a Chieti».

Il primo contatto con la realtà missionaria avviene in Albania quando ancora frequenta il liceo Classico a Pescara.

«Andai con una mia carissima amica, con la quale condividevamo tutto, ed è stata una cosa straordinaria, ne sono tornata cambiata». Un cambiamento radicale. Presto le strade delle due amiche si dividono. Chiara continua le annuali missioni brevi, tra Indonesia, Albania, Congo, Giordania, Malawi e appunto Togo, dove la prima volta arriva nel 2012, per conoscere suor Patrizia, dell’ordine delle Canossiane, fondatrice della missione di Amakpepé. L’anno dopo Chiara conclude gli studi e annuncia a casa (intanto si è trasferita a Montesilvano, nelle zona del Comune), l’intenzione di iniziare la vita di infermiera missionaria a tempo pieno. Una vocazione più che una professione.

«Una scelta magari più scomoda di altre ma sul piano personale alla fine non ho rinunciato a nulla». Compreso il matrimonio, per essere chiari? «Certo. L’essere appagata da questa esperienza non esclude affatto il matrimonio dal mio progetto di vita. Né io voglio escluderlo», sottolinea Chiara.

La sua giornata tipo inizia verso le 6, colazione e preghiera insieme alle suore e le altre volontarie del villaggio. «In realtà i bambini, non distinguendo tra tonache, camici e grembiuli, ci chiamano tutte suore, le maestre sono anche le “ziette”, racconta divertita, «ma nessuno ci fa caso, ci mancherebbe. A me interessa riuscire a essere utile, aiutarli a superare i tanti problemi che devono affrontare fin dalla nascita. Qui la mortalità infantile è ancora alta, perciò è uso non dare nomi ai bimbi finché non hanno diversi mesi».

Il villaggio che ospita la missione di “Cuori grandi”, onlus legata al Voica (Volontariato Internazionale Canossiano) conta circa 2000 abitanti ma considerando i villaggi sparsi nella regione si arriva oltre i 20mila. Sono in larga parte musulmani, ma assai significativa è la presenza di cristiani. “Cuori grandi” svolge molte attività ma al centro del progetto ci sono la scuola e l’infermeria. Struttura della quale è responsabile, appunto, l’infermiera missionaria Chiara Razzi Di Nunzio.

«Quanti ne assistiamo? Difficile dirlo. Tutti i bimbi che frequentano la scuola naturalmente, ma se ne vengono altri o gli adulti certo non li lasciamo fuori. Né chiediamo di che religione sono. Qui non ci sono medici a tempo pieno, se serve un ricovero ospedaliero bisogna andare nella capitale, per certe patologie anche più lontano. Quando, due tre volte l’anno, arrivano i nostri medici, organizziamo campagne di prevenzione e cura in tutti i villaggi. Per l’ordinario invece, mi arrangio da sola, con un’amica togolese a darmi una mano. Per tutta l’estate ci sarà anche una volontaria australiana».

Per ordinario nel piccolo avamposto sanitario si intendono malattie come malaria, tifo, le classiche dell'infanzia nonché periodiche epidemie più o meno gravi e infettive. Poi c’è la traumatologia legata alla vita tra savana e deserto, rischi di infezioni gravi per ferite, senza dimenticare le gravidanze problematiche (involontarie o indesiderate).

In merito Chiara nei mesi scorsi ha fatto un’esperienza che la emoziona al solo parlarne. «È venuta una ragazza, Bellabie, giovanissima, era incinta ma il suo uomo non voleva saperne e la famiglia minacciava di allontanarla. Inutile dire che pensava all’aborto ma certo amava già il suo piccolo. Quando ha capito che non l’avremmo lasciata sola nemmeno dopo la nascita ha fatto la sua scelta. Ora vederla tornare col bimbo in braccio per le piccole terapie è una gioia enorme».

Una piccola storia di vita che da sola per Chiara basterebbe a giustificare la sua presenza in quella povera terra. E che spiega da sola la risposta alla inevitabile domanda su nostalgie e rimpianti per qualcosa o qualcuno che si è lasciata alle spalle.

«Nostalgia? Qualche volta ne provo. Provo nostalgia per questi posti, per questa incredibile terra, così difficile, piena di problemi ma anche di generosità, amore, speranza. Se mi allontano rimpiango di non esserci, perché stando qui puoi fare la differenza, risolvere un piccolo problema, medicare una ferita, accendere un sorriso asciugando una lacrima. Non è meraviglioso?».

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