«Io, un passato da uomo violento Così sono riuscito a dire basta»

Marco Fleming racconta la sua storia: «Ho stalkerato la mia ex moglie e picchiato un’altra donna ma mi sono guardato dentro per il senso di colpa e, con l’aiuto degli psicologi, sono cambiato»
PESCARA. La sua storia, Marco Fleming, 50 anni, nato e cresciuto a Milano, ma a Pescara da sei anni, vuole raccontarla senza provare a nascondersi. In passato ha utilizzato la violenza, psicologica e fisica, nei confronti delle sue ex. Donne che aveva bisogno di controllare perché «sono cresciuto così», dice, «in una zona di comfort in cui la società in cui viviamo ci insegna che l’uomo non è destinato a fallire. Una società in cui l’uomo è vittima del patriarcato, anche se questo termine fa paura. Una società in cui, generalmente, il maschio non accetta la sconfitta e dove l’eterna competizione guida il suo modo di agire. Questa gara, però, da cui ormai sono fuori, è stancante».
Fleming, autore di due libri – “72 piastrelle, 54 passi” (2019), prima edito da Rupe Mutevole e poi autopubblicato con Amazon, e “A cavalcioni sul muro” (2021), edito da Rupe Mutevole – è ora impegnato nella lotta contro la violenza e la prevaricazione perché grazie alla sua esperienza e a un percorso di riabilitazione, durato sedici mesi, ha capito cosa significa riuscire ad amare. Adesso ha una relazione sana con una donna che lui riesce finalmente a trattare alla pari: «È la mia compagna di viaggio», dice.
Facciamo però un passo indietro, per capire come Marco sia riuscito a guardarsi dentro. Nel 2019 sposa una donna di Cagliari che a Milano poteva contare principalmente su di lui. «Da parte mia, lei ha subito una violenza sottile, non fisica. In quel periodo lavoravo per un’azienda che progettava antenne per alberghi, mentre lei non era occupata e a me stava bene così. Volevo avere il controllo sulla sua vita. Le trovai dei lavoretti part time e quando lei ottenne la cattedra al Conservatorio sono cominciati i problemi veri. Guadagnava più di me e non aveva bisogno del mio supporto economico. Nel 2012 abbiamo divorziato, ma io non accettavo questa separazione. Ho iniziato anche a stalkerarla. La chiamavo al telefono. Lei era tornata a Cagliari e non rispondeva». Nel 2014 Marco ha una relazione con un’altra donna, con la quale va a convivere. «La nostra era una relazione tossica», dice. «Io non lavoravo. Ho aperto un’edicola, ma poi l’ho chiusa. Lei non tollerava la mia non occupazione. Dopo i primi venti giorni di convivenza, sono arrivati i primi segnali. Un giorno le diedi tre, quattro schiaffi. Poi il giorno dopo, ripensando al mio gesto, ho cominciato a provare dei sensi di colpa. Lei mi ha lasciato e io, ancora una volta, non ho accettato questo fatto. Aver perso un’altra donna mi faceva stare male». C’è stato poi un tentativo di suicidio da parte di Marco. Così, volontariamente, da settembre 2015, è stato prima ricoverato nel reparto di Psichiatria dell’Ospedale San Paolo di Milano, e poi ha frequentato una comunità in provincia di Varese, dove ha avuto modo di ragionare sulle cause che lo hanno portato alla violenza, ma c’è voluto del tempo. «La cura ha affievolito il disturbo, ma la mia indole violenta era ancora lì, perché l’uomo violento ha bisogno di un percorso psicologico, non psichiatrico». Disturbo e violenza si incontrano, ma seguono percorsi separati. «A Pescara adesso sto bene, non solo perché non sento più quel caldo che viene dalla pancia e mi fa assumere atteggiamenti sbagliati, ma anche perché mi sono gettato alle spalle l’altra vita in una città che non è questa». Fleming collabora con varie associazioni e sta ultimando il suo terzo libro, che uscirà a primavera.

