Ispettore Asl accusato di corruzione «Pagate ai figli prestazioni fittizie»

10 Gennaio 2020

Giorgio Robuffo, imputato insieme ai titolari di una società di formazione, si difende in tribunale La procura contesta compensi non dovuti ai familiari del funzionario per un totale di 57mila euro

PESCARA. E' stata una difesa a tutto campo, quella proposta da due degli imputati del processo al medico della Asl di Pescara Giorgio Robuffo, e ai titolari di una società di formazione, Maurizio D'Alleva e Mirco Rulli, esaminati ieri da accusa e difesa davanti al collegio. Una difesa che si è però scontrata con la pubblica accusa sostenuta dal procuratore aggiunto Anna Rita Mantini.
Corruzione e concussione i due pesantissimi reati contestati ai tre imputati (Robuffo a suo tempo venne sottoposto a misura cautelare della sospensione dall'attività professionale per sei mesi, confermata anche dal tribunale dei riesame).
Secondo l'accusa il medico, specialista del servizio tutela della salute sui luoghi di lavoro, sarebbe stato socio occulto della International Work degli altri due imputati, e avrebbe ottenuto dei compensi sotto forma di «pagamento di fittizie prestazioni professionali» ai suoi due figli: circa 57mila euro tra il 2011 e il 2014.
«Penso di aver sempre fatto correttamente il mio lavoro e non ho mai detto alle ditte che ispezionavo di cambiare consulente né ho mai indicato di rivolgersi alla International Work». Giorgio Robuffo avvia così il suo esame davanti al collegio spiegando, nel dettaglio, e in relazione ai sei casi riportati nel capo di imputazione, il perché di quelle nette bocciature dei documenti di valutazione del rischio che gli venivano sottoposti dalle varie ditte.
«Dal 1992 mi sono sempre occupato della gestione dell'amianto: 250/300 cantieri l'anno, sempre tutto da solo. In più mi venivano assegnate delle pratiche di malattie professionali, ma erano marginali».
L'imputato parla anche del suo ruolo all'interno dell'Efei, organismo che si occupa di sicurezza del lavoro e a cui la International Work era affiliata.
«Mi proposero, senza compenso, delle iniziative di formazione ed entrai nel comitato nazionale. Con la International Work ho fatto dei corsi e frequentavo i loro uffici perché l'Efei mi disse che c'era la possibilità di utilizzare quelle strutture».
Ma è quando si sottopone all'esame uno dei titolari della società di formazione, Maurizio D'Alleva (per l'altro imputato c'è stata poi la rinuncia all'esame) che le cose si complicano per tutti. Il pm Mantini comincia a incalzare l'imputato sul rapporto con Robuffo e soprattutto sul ruolo dei figli (che erano referenti di Efei per Chieti e Campobasso) e dei loro compensi; D'Alleva non riesce più a essere incisivo e convincente tanto che interviene anche il presidente del collegio, Maria Michela Di Fine: «Perché dovevate sostenere quelle due posizioni per Efei (quelle dei figli di Robuffo)?».
E qui D'Alleva fa soltanto una smorfia, e quando il presidente incalza chiedendogli se si erano mai posti il problema della presenza nei loro uffici di quello che era un ispettore che avrebbe dovuto svolgere un preciso lavoro di verifiche e accertamenti, risponde così: «Per il nostro tipo di attività, non c'era un conflitto di interessi».
E ancora il presidente del collegio: «Perché avete allora consigliato alle dipendenti, così come è stato detto da qualche teste in aula, di non parlare della presenza di Robuffo in ufficio se non per quanto riguardava la formazione?». Nessuna risposta.
Il pm ha battuto invece molto sui poco chiari compensi pagati ai figli di Robuffo, Antonio e Lucia. «Venivano pagati con un contratto tra le parti», afferma l'imputato. E l'accusa gli contesta di aver parlato di Antonio come di un dipendente in piena regola, affermando persino che era il suo uomo di fiducia e «faceva quello che gli indicavo». E la figlia sarebbe stata pagata 27mila euro soltanto per «l'utilizzo di parte del materiale formativo che realizzava per l'Efei». Prossima udienza, il 20 febbraio con i testi della difesa.
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