Istanbul, l’Is rivendica È caccia a un asiatico
Il messaggio del Califfato: «Turchia serva dei crociati, punita per la Siria» Il killer sarebbe un cinese dello Xinjiang. Rilevate le impronte: dodici arresti
ROMA. La strage di Istanbul ha un mandante accertato, lo Stato islamico, e un esecutore vicino all’identificazione: un giovane originario dell’Asia centrale, che potrebbe provenire dall’Uzbekistan o dal Kirghizistan o, come sembra più probabile, dallo Xinjiang, regione autonoma della Cina nord-occidentale abitata dagli uiguri, una etnia di fede musulmana che parla una lingua simile al turco. Un tassello dopo l’altro la ricostruzione della mattanza del nightclub “Reina”, il locale dei vip colpito nella notte di Capodanno assume contorni più definiti, mentre in tutta la Turchia continua la caccia al killer, che in sette minuti ha scaricato sulle persone che si trovavano all’interno del locale 180 colpi, un numero così impressionante di pallottole da alimentare dubbi sul fatto che l’uomo possa avere agito da solo.
Se la pista asiatica fosse quella giusta, l’azione potrebbe essere stata pianificata dalla stessa cellula che nel giugno scorso ha compiuto la strage all'aeroporto Ataturk di Istanbul, sotto la regia di un jihadista ceceno, il super-ricercato Ahmed Chatayev.
La rivendicazione. A meno di 36 ore dalla strage, dunque, la matrice dell’attacco che ha fatto 39 morti, 27 dei quali stranieri, e 70 feriti, diventa certa. Con un comunicato diffuso dalla sua agenzia stampa Amaq, scritto per la prima volta oltre che in arabo anche in lingua turca, l’Is rivendica l’attentato che ha colpito al cuore la Turchia, definita «apostata» e «serva dei crociati». «Un eroico soldato del Califfato ha colpito uno dei più famosi nightclub dove i cristiani festeggiano la loro festività apostata - si legge -. Il governo di Ankara dovrebbe sapere che il sangue dei musulmani uccisi dai suoi aerei e dalla sua artiglieria provocherà un fuoco nella sua casa per volere di Dio». L’attentato è una vendetta del sedicente Califfato per la virata del presidente turco Recep Tayyp Erdogan nella gestione del conflitto siriano, con l’adesione all’asse russo-iraniano a sostegno del presidente Bashar al-Assad contro i ribelli. E il killer, entrando in azione, «ha risposto agli ordini» del leader dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi. Una vendetta che è solo all’inizio: il nuovo portavoce dei miliziani neri, Abu Hassan al-Muhajir, avrebbe diffuso messaggi in cui esorta a colpire la Turchia e gli interessi turchi nel mondo per «trasformare in panico la loro sicurezza». Ma il governo turco non arretra: il vice premier Numan Kurtulmus ha annunciato infatti che la campagna militare in Siria proseguirà «con determinazione».
Il killer. L’autore della strage intanto è braccato in tutto il Paese, migliaia gli agenti impegnati. Il volto dell’attentatore, impresso nelle immagini sfocate registrate dalle telecamere di sorveglianza, ha tratti asiatici. Una persona diversa da quella le cui immagini sono state diffuse dai media turchi poco dopo l’attentato. Le sue impronte, ha spiegato Kurtulmus, sono state raccolte all’interno del club ed è stato definito un identikit di base. L’uomo avrebbe circa 25 anni.
Gli investigatori hanno già ricostruito i suoi movimenti nella fase precedente l’attentato. Dopo aver preso un taxi nel quartiere Zeytinburnu, nella parte sud del versante europeo di Istanbul, il giovane si sarebbe fatto portare a Ortakoy, nel quadrante est, dove si trova il “Reina”, scelto come teatro dell’eccidio, ma sarebbe sceso a una certa distanza dal locale perché il traffico intenso rallentava l’auto. Avrebbe completato il tragitto a piedi, impiegando circa quattro minuti per raggiungere il club.
L’azione. Le riprese interne permettono di ricostruire la strage. La prima immagine è dell’1.20. L’uomo, che indossa una camicia verde e pantaloni scuri, entra nel club sparando con un’arma a canna lunga: una persona crolla a terra, i buttafuori disarmati vengono uccisi. Tre minuti dopo è dentro: sale al primo piano e comincia a sparare verso chi è in basso, mirando alla parte superiore del corpo. Scende al piano terra e riprende a sparare contro la gente che si è buttata a terra per sfuggire ai colpi. È preciso, metodico, come se avesse avuto un addestramento professionale, motivo per cui qualcuno ipotizza che possa trattarsi di un poliziotto, esattamente come l’assassino dell’ambasciatore russo. Cambia il caricatore sei volte, ogni volta 30 colpi. Quindi, rivelano fonti investigative, va in cucina, dove resta 13 minuti: pulisce l’arma, si toglie il cappotto in cui tiene 500 lire turche (135 euro), si cambia, poi si allontana approfittando del caos, confondendosi con i superstiti in fuga. Sale su un taxi ma, sostenendo di non avere denaro sufficiente, scende poco dopo e fa perdere le tracce. Nella gigantesca caccia all’uomo scattata dopo la strage, otto persone (dodici secondo altre fonti) sono state finora arrestate e sono sottoposte a interrogatorio, mentre nei giorni scorsi, dopo l’allerta dell’intelligence statunitense su un possibile attacco di Capodanno a Istanbul o Ankara, decine di presunti affiliati all’Is erano già stati arrestati. Proprio durante le retate era emersa la pista asiatica.
Le autorità hanno identificato 38 delle 39 vittime, 27 delle quali erano stranieri di 14 nazionalità diverse. «Ma la presenza di italiani è esclusa» ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri, Angelino Alfano. Ore di attesa invece per i cinque italiani - tre modenesi, un palermitano e una bresciana - scampati alla strage, che stanno aspettando di tornare a casa.

