Jennifer, ultimo atto in Cassazione La famiglia: trent’anni sono pochi

Domani il verdetto della Corte Suprema, fratello e madre della vittima saranno a Roma per l’udienza La difesa di Troilo, condannato nei primi due gradi, chiede un nuovo processo con lo sconto di pena
PESCARA. Jennifer Sterlecchini aveva solo 26 anni quando la mattina del 2 dicembre 2016 fu accoltellata a morte dal suo ex fidanzato, Davide Troilo, ascensorista di 36anni.
Era una ragazza bellissima, solare, dolce e benvoluta da tutti. Aveva un sorriso coinvolgente e amava la vita. Una giovane vita spezzata tragicamente dalla mano assassina di Troilo quel terribile giorno di quattro anni fa.
Domani la vicenda giudiziaria su uno dei delitti più efferati di Pescara, che ha profondamente scosso la città, approda in Cassazione. Troilo il 24 gennaio del 2108 era stato condannato, tramite rito abbreviato, dal gup Nicola Colantonio, a 30 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dai futili motivi.
Condanna poi confermata il 14 marzo 2019 dalla Corte d’Assise d'appello dell'Aquila. La madre e il fratello di Jennifer, Fabiola Bacci e Jonathan Sterlecchini, assistiti dagli avvocati Rossella Gasbarri e Roberto Serino, domani saranno a Roma per l’ultimo verdetto.
«Ci aspettiamo semplicemente giustizia», dice Jonathan, «da quando è successo, è stato un lungo e lento calvario. L’unica cosa che mi rimane da sperare è che prosegua tutto quello che è stato fatto fino ad ora in maniera corretta dai giudici che si sono occupati del caso e che, quindi, la giustizia possa vincere».
«È chiaro», aggiunge, «che per noi 30 anni sono pochi: con la nuova legge, probabilmente avrebbe preso molto di più. A maggior ragione speriamo quindi che siano e rimangano 30 anni».
«Sia io sia madre», ribadisce il fratello di Jennifer, «speriamo nella giustizia e che quindi questi 30 anni vengano riconfermati».
A fare ricorso ai giudici di piazza Cavour contro la conferma in appello della sentenza emessa dal giudice di prime cure, è stato il difensore del 36enne, l’avvocato Giancarlo De Marco, che sostanzialmente pone all’attenzione della Suprema Corte le questioni già sollevate davanti ai giudici aquilani. Il ricorso in Cassazione ruota attorno all’insussistenza dell’aggravante dei futili motivi, alla mancata concessione delle attenuanti generiche e al mancato accoglimento della richiesta di una nuova perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e volere di Troilo. La Cassazione è chiamata a pronunciarsi sugli aspetti più strettamente tecnici e di legittimità della sentenza di secondo grado. Questi i possibili scenari: conferma della condanna a 30 anni di reclusione o annullo con rinvio in appello, ma solo per rimodulare la pena nel caso in cui i giudici romani dovessero escludere l’aggravante contestata a Troilo.
Da escludere invece la possibilità di un annullamento senza rinvio. Jennifer venne uccisa dall'ex fidanzato nella casa di via Acquatorbida, dove i due avevano vissuto. Ma la relazione finì e quella fredda mattina autunnale la ragazza tornò in quell'appartamento solo per riprendere le ultime cose e trasferirsi definitivamente in casa della madre, che la stava aspettando in strada insieme a un'amica. Ma il suo assassino non le permise di andare via e la colpì con 17 coltellate, dietro la porta di ingresso chiusa a chiave. La mamma e l’amica non poterono far altro che ascoltare impotenti le urla di Jennifer e le sue ultime parole: «Aiuto, mamma, mi sta ammazzando».
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