L’Abruzzo ha raccolto la sua eredità contro il crimine organizzato

23 Maggio 2017

La criminalità organizzata si è evoluta. È uscita dai territori storici per approdare in quasi tutte le regioni e anche in Abruzzo. Si presenta come opportunità di lavoro, portatrice di soldi, e in...

La criminalità organizzata si è evoluta. È uscita dai territori storici per approdare in quasi tutte le regioni e anche in Abruzzo. Si presenta come opportunità di lavoro, portatrice di soldi, e in forme di violenza affievolite, tanto che spesso non viene nemmeno riconosciuta. Erano queste le parole del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, durante un convegno sulla legalità, a Vasto, per presentare i dati di un sondaggio sulla percezione della sicurezza.
E' il volto nuovo delle mafie quello che gli abruzzesi debbono a imparare a conoscere e a riconoscere. Dietro un innocuo bar può nascondersi un'attività di riciclaggio. Così come dietro una promessa di finanziamenti facili, che in tempi di crisi diventano una priorità, può celarsi l'emissario di un'organizzazione criminale. L'Abruzzo non è immune. Lo dimostrano inchieste recenti, condotte dalla procura distrettuale antimafia dell'Aquila, tra settembre e dicembre del 2016, su affari e 'ndrangheta. E inchieste antiche, nell'Abruzzo degli anni Novanta, quando la mafia palermitana provò a entrare negli appalti pubblici a Pescara.
E ancora, le indagini che portarono alla scoperta nella Marsica del tesoro dei Ciancimino. O dopo la catastrofe del terremoto dell'Aquila, quando la camorra si insinuò, silenziosa e melliflua, nel grande affare dei subappalti per la ricostruzione. Grazie alla maglie larghissime dei controlli e quindi della prevenzione. Venticinque anni fa, ci fu un magistrato che per primo diede l'allarme. Scoprì il volto nuovo della mafia che, dismesse la coppola e la lupara, entrava nei palazzi del potere e della politica impugnando valigette ventiquattr'ore.
Quel terzo livello, intuito da Giovanni Falcone che, due anni prima di morire, lo venne a svelare anche a Chieti, era l'inizio di un’evoluzione tragicamente vera. Che oggi tocca tutte le regioni d'Italia. Ricordarlo e commemorarlo ci aiuta a stare all'erta. Accogliere in Abruzzo per ascoltarli, personaggi che hanno guardato la mafia negli occhi, e che tramandano le parole di Falcone, ci aiuta a conoscere e a riconoscere. Perché il modello criminale, messo a nudo da chi ha pagato con la vita la propria eccezionale intuizione, si è duplicato e allargato a macchia d'olio, contaminando luoghi e città impensabili. Ma ha un punto debole. Anzi debolissimo. E' sempre uguale, lo stesso, ripetitivo. Falcone lo ha scoperto rendendo la sfida non più impari. Grazie a lui, la mafia si può conoscere e riconoscere. Anche in Abruzzo.
Lorenzo Colantonio