L’Abruzzo in lacrime «Il nostro orgoglio»

26 Luglio 2018

Una foto del 1961 ritrae Marchionne nella scuola Nolli di Chieti 

CHIETI. «Gli abruzzesi cadono e si rialzano da soli. Non perdono tempo a lamentarsi, ma fanno, producono, ricostruiscono». Ci lascia questa frase in eredità, Sergio Marchionne, e tanti ricordi legati alla sua terra e alla sua Chieti. Il più bello è un’immagine in bianco e nero del 1961. Gli alunni della scuola elementare Nolli posano per la foto di classe. Indossano fiocco e grembiule ordinati per le grande occasioni. Il maestro Viola poggia la mano destra sulla spalla di uno di loro. Quel bambino che gli sta accanto, nella foto che Luciano Gentile custodisce come una reliquia, è Marchionne. «Il capoclasse», dice il compagno di scuola.
Erano gli anni in cui il papà maresciallo, Concezio Marchionne, lavorava alla legione di carabinieri a Madonna degli Angeli, e Sergio, la mamma Maria e la sorella Luciana, vivevano in via Ferdinando Galiani, nel quartiere di Santa Maria. «Una famiglia semplice, una bella e sana famiglia», racconta Alceo Esposito che ricorda l’amicizia stretta tra la famiglia Marchionne e quella di sua moglie, il medico Vincenzina Di Marco, «sia Sergio sia Luciana erano molto studiosi tanto che il soprannome che Sergio aveva in città tra quelli della sua generazione era “coccione”», che a Chieti sta a significare ragazzo molto intelligente. Dal 1962 al '66 i Marchionne si trasferiscono in via Menozzi Guzzi, quasi dalla parte opposta di Chieti.
«Giocavamo a pallone nel cortile sotto casa», racconta Romano Frezzini, «era il migliore amico di mio fratello Tonino, scomparso a 28 anni. Chiese di lui quando tornò a Chieti anni fa e alla notizia della scomparsa prematura di mio fratello, rimase molto turbato. Sergio già da adolescente era molto determinato: difficilmente passava il pallone perché voleva fare lui il gol. Un leader lo riconosci anche da questo. Indossava il maglione blu già da ragazzo», aggiunge, «socievole, vivace compagnone ma soprattutto generoso: metteva a disposizione di tutti la sua bicicletta e il suo pallone». Di parenti, in Abruzzo, ne ha un drappello. «Sergio ha sempre fatto ciò che voleva fare: lavorare sedici ore al giorno senza avere alcuna paura. Neanche della morte», dice il cugino Paolo Sablone che non ha fatto in tempo a consegnargli un dono molto particolare; una targa per il 60esimo anniversario della nascita della Fiat 500 che il presidente dell’Old Motors Club, il teatino Fabio Di Pasquale, gli ha donato. «Sarei dovuto andare da lui a settembre, in occasione del Gran Premio di Formula 1 a Monza, come in passato ha fatto mio fratello Raffaele. Ma ora non ha più senso parlarne», continua Sablone, uno degli 11 cugini abruzzesi che hanno appreso la notizia della morte da Manuela, la compagna del grande manager, e le hanno chiesto dei funerali. Lei per ora ha risposto solo con un «Grazie». Alcuni parenti, che vivono a Chieti Scalo, sono stati anche a trovarlo nell’ospedale di Zurigo. E ora chiedono solo riserbo. Da loro si viene a sapere che l’ultimo saluto a Marchionne quasi certamente non avverrà nella città dove il manager è nato il 17 giugno del 1952, ma in Canada dove riposano il papà Concezio, la mamma Maria e la sorella Luciana, ricordata ieri in un post da Stefano Marchionno come studentessa modello del liceo classico G.B. Vico di Chieti.
E lì, a Toronto, sarà sepolto anche il manager che aveva l’Abruzzo nell’anima. «Anche questa terra, che è la mia terra, è una dimostrazione che c’è speranza, per quello che ha sempre dimostrato di saper fare nei momenti più duri», le sue parole dette all’Aquila il 3 ottobre 2013 in occasione di un premio prestigioso, l’Aprutium. Parole che oggi vanno lette e rilette.
«La tenacia degli abruzzesi, quella caparbia fiducia nel futuro che mio padre mi ha lasciata in eredità, è qualcosa di radicato nella gente di qua», disse. «Non ho mai visto un abruzzese arrendersi, non l’ho mai visto aspettare che arrivasse un salvatore chissà da dove a regalargli un domani migliore». E poi la frase più bella: «Gli abruzzesi cadono e si rialzano da soli, non perdono tempo a lamentarsi, ma fanno, producono, ricostruiscono: credo che sia questo l’atteggiamento di cui oggi l’Italia ha bisogno». L’eredità che Sergio Marchionne lascia alla sua terra.